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Vendere un'isola è facile. Vendere il suo significato un po' meno

Dopo Sazan, un'altra isola torna a far discutere. Le due vicende sono diverse, ma pongono la stessa domanda: quando un luogo ha un valore collettivo, basta che sia legalmente privato per poterlo considerare soltanto una proprietà?

Vendere un'isola è facile. Vendere il suo significato un po' meno
L'isola della Laguna di Venezia, in vendita
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Marcello Cecconi Modifica articolo

31 Agosto 2026 - 13.19 Culture


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Dopo Sazan, l’isola albanese finita al centro delle polemiche per il grande progetto turistico che la riguarda, arriva Crevan. Non è la stessa storia, per fortuna. Crevan, circa 5.700 metri quadrati nel cuore della Laguna di Venezia, è privata e oggi viene messa in vendita per circa 5,5 milioni di euro. Compreso nel prezzo, un fortino napoleonico restaurato, giardini, approdi e, soprattutto, la sensazione di poter dire “questa è casa mia” mentre intorno c’è Venezia.

Sazan, ovviamente, è un’altra cosa. Là si discute di un grande progetto di sviluppo turistico su un’isola dal passato militare, di investimenti enormi, di ambiente e di interesse pubblico. Crevan è invece una proprietà privata che cambia proprietario. Nessuna operazione geopolitica, dunque e nessuna svendita della Serenissima. Soltanto il mercato immobiliare che, dopo essersi occupato di ville, palazzi e casali, scopre che esistono anche le isole.

Ed è qui che comincia la questione interessante. Perché un’isola della laguna non è soltanto un pezzo di terra con un numero catastale e relative particelle. Crevan porta con sé una storia militare, un ecosistema e un paesaggio che appartengono alla memoria collettiva molto più di quanto possano appartenere al suo proprietario.

Sul piano giuridico, naturalmente, le cose sono più semplici perché la proprietà privata è proprietà privata e può essere venduta. Ma chi compra Crevan non compra un lasciapassare per costruire la propria piccola Montecarlo sull’acqua poiché la Laguna è sottoposta a vincoli paesaggistici, ambientali e urbanistici. Il patrimonio storico è tutelato e gli interventi devono fare i conti con Comune, Regione e Soprintendenza.

Il problema, quindi, non è tanto che Crevan abbia un proprietario ma dimenticare che la proprietà di un luogo non coincide con la proprietà del suo significato. Una faccenda che si fa culturale prima ancora che immobiliare. La pubblicità fa naturalmente il suo mestiere attraendo compratori per privacy, natura, fortino storico, approdo privato, vista su Venezia: mancano solo il tramonto incluso e gondoliere a disposizione. Ma dietro il linguaggio patinato dell’esclusività sgorga una domanda che di frivolo ha ben poco. Fino a che punto possiamo trasformare un paesaggio collettivo in un prodotto destinato a pochissimi?

Non è una domanda contro i ricchi e tanto meno contro la proprietà privata. E nemmeno c’è da desiderare che ogni isola debba diventare un museo con il biglietto d’ingresso. La domanda significa piuttosto che, quando il valore storico, ambientale e simbolico di un luogo supera enormemente quello immobiliare, la società ha il diritto di pretendere una tutela altrettanto grande.

Non tutto ciò che ha un prezzo ha soltanto valore di mercato e, forse, il vero rischio non è la privatizzazione dell’isola di Crevan, già privata da tempo. Ma lo è, invece, la privatizzazione dello sguardo poiché si arriva al punto in cui anche un frammento della Laguna viene percepito soltanto come una merce esclusiva, acquistabile da chi può permettersela.

Dunque, non serve invocare espropri né demonizzare chi compra, ma qualcosa di molto più semplice e, probabilmente, molto più difficile: tutela rigorosa, conservazione, limiti alle trasformazioni, controllo e trasparenza attraverso una responsabilità pubblica all’altezza del luogo.

Perché, è legittimo che un privato possa possedere Crevan, ma non il significato che Crevan ha dentro la Laguna di Venezia.

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