Migrazioni, collettivi e debutti: quanta Africa c’è a Venezia e a Piacenza | Giornale dello Spettacolo
Top

Migrazioni, collettivi e debutti: quanta Africa c’è a Venezia e a Piacenza

Alla Biennale 2026 record di artiste e artisti dal continente. In città espongono Armitage a Palazzo Grassi e Boafo al Grimani. Voci giovani e affermate nel Palazzo gotico della città emiliana

Migrazioni, collettivi e debutti: quanta Africa c’è a Venezia e a Piacenza
Michael Armitage, “Dandora (Xala, Musicians)”, 2022, Pinault Collection. Foto Marco Cappelletti Studio. A Palazzo Grassi, Venezia. Fonte ufficio stampa
Preroll

Stefano Miliani Modifica articolo

28 Aprile 2026 - 17.46


ATF

Quanta Africa c’è a Venezia di questi tempi. E, ancora per alcuni giorni, a Piacenza. Senza indugiare in un esotismo patetico, artiste e artisti dal continente a sud del Mediterraneo interpretano il nostro tempo, dai drammi dei migranti alla ricerca di un senso dell’esistenza, si interrogano con linguaggi figurativi attuali e lo conferma un dato dalla 61esima Biennale d’arte di Venezia che apre al pubblico il 9 maggio per tirare giù il sipario il 22 novembre: se i nostri calcoli sono azzeccati su 110 invitati alla mostra ufficiale ideata da Koyo KouohIn Minor Keys” 29 vengono dall’Africa, pari al 26%, e di questi 28 dall’Africa nera superando il 25%. Percentuali record. Nel 2022 “Foreigners Everywhere Stranieri Ovunque” curata dal brasiliano Adriano Pedrosa su332 invitati aveva 53 africani (il 15,96 %) di cui 33 dall’Africa nera (il 9,94 %). L’altra Biennale d’arte firmata da una personalità africana, il nigeriano Okwui Enwezor nel 2015,in“All the World’s Futures”,su 136 artisti ne contava 22 dall’Africa (il 16,18%) di cui 17 dall’Africa nera (il 12,50%). Aridi numeri? Qualcosa vorranno pur dire dell’attenzione che le culture africane stanno a ragione reclamando.
Il sito della Biennale arte: https://www.labiennale.org/it/arte/2026

Koyo Kouoh (particolare). Foto Mirjam Kluka. Fonte La Biennale di Venezia

La rassegna 2026 ai Giardini e all’Arsenale dal titolo “In Minor Keys” è stata concepita e progettata dalla curatrice camerunense e svizzera Koyo Kouoh, purtroppo morta l’anno scorso a 58 anni nel paese elvetico per malattia, per cui ha completato il lavoro la squadra di cinque esperte ed esperti di varie discipline che la studiosa e ricercatrice aveva convocato.

Un laboratorio collettivo nel G.A.S. Lagos Courtyard (particolare) della G.A.S. Foundation. Foto Anthony Dike. Courtesy G.A.S. Foundation. Fonte La Biennale di Venezia

Detto che riteniamo sia grave la totale assenza di presenze italiane dalla mostra ufficiale, come se nessuna o nessuno nella penisola fosse in grado di dire la sua mentre abbondano esponenti dell’arte statunitense che è una potenza nel mercato del settore, tra i tanti nomi africani in rassegna a titolo indicativo possiamo citare Sammy Baloji dal Congo, il sudafricano Nicholas Hlobo, la camerunense Werewere Liking, un veterano che lavora con la parola come Issa Samb dalla capitale del Senegal Dakar, la kenyana-statunitense Wangechi Mutu che l’anno scorso ha esposto a Roma alla Galleria Borghese e nell’ex chiesa di Sant’Andrea de Scaphis in Trastevere, la residenza d’artisti G.A.S. Foundation di Lagos creata dall’artista anglo-nigeriano Yinka Shonibare, il collettivo blaxTarlines dalla città ghanese di Kumasi.
Biennale 2026, gli artisti invitati: https://www.labiennale.org/it/news/biennale-arte-2026-gli-artisti-invitati

Liking Werewere, “Lampedusa” (particolare), 2019. Courtesy of Galerie Cécile Fakhoury. Fonte La Biennale di Venezia
Turakella Gyindo, “Testimonials from the Body II”, 2025. Fonte Fonte ufficio stampa Padiglione della Tanzania

La Biennale veneziana distribuisce i padiglioni nazionali sia nei Giardini e l’Arsenale sia nella città. Quest’anno sono 100. Dei sette Stati debuttanti quattro sono africani: Guinea, Guinea Equatoriale, Sierra Leone, Somalia. Si affiancano a Camerun, Repubblica democratica del Congo, Egitto, Etiopia, Marocco, Senegal, Tanzania, Uganda e Zimbabwe. Rispetto al passato manca purtroppo (oltre alla Nigeria) il Sud Africa che aveva sempre proposte stimolanti. L’artista Gabrielle Goliath e la curatrice Ingrid Masondo, selezionate da un comitato indipendente, avevano progettato opere sugli abitanti di Gaza uccisi da Israele, sui tanti femminicidi in terra sudafricana, sul genocidio delle popolazioni herero e nama in Namibia a inizio ‘900 a opera della Germania. Non vedremo nulla perché a gennaio il ministro dello sport, arti e cultura, di destra, Gayton McKenzie, ha respinto e censurato il progetto.
Biennale 2026, i padiglioni:
https://www.labiennale.org/it/news/le-partecipazioni-nazionali-e-gli-eventi-collaterali-della-biennale-arte-2026

Peter Mulindwa, “The Owl Death” (particolare), 1982. Fonte La Biennale di Venezia
Tegene Kunbi, “Untitled”. Foto by Yero Adugna Eticha, © Yero Adugna Eticha, Courtesy the artist. Fonte ufficio stampa Padiglione dell’Etiopia

La Serenissima offre altri due incontri africani di rilievo. Il primo è in corso fino al 10 gennaio a Palazzo Grassi della Pinault Collection con un pittore di altissima levatura e inventiva, Michael Armitage, keniota e britannico che divide la vita con l’Indonesia. Per le cure di Jean-Marie Gallais e catalogo edito da Marsilio, con “The Promise of Change” espone circa 45 dipinti e oltre 120 disegni. L’artista si cimenta tanto con le proteste civili nel suo Kenya come con il fenomeno dei migranti che affrontano il mare dall’Africa verso l’Europa; attraverso la pittura reinventa una tradizione novecentesca rendendo le sue figure drammatiche, universali, tra immaginazione sfrenata ed echi della realtà. Armitage dipinge su un tessuto ricavato dall’albero mutuba secondo le tradizioni ugandese e indonesiana. Tra le sue fonti d’ispirazione cita il regista senegalese Ousmane Sembène, lo scrittore keniota Ngugi wa Thiong’o (1938–2025), Goya. Suo il dipinto in apertura di questo articolo.
Il sito è https://www.pinaultcollection.com/palazzograssi/it/michael-armitage-promise-change

Amoako Boafo, “Two Faces”, 2021-25 © Amoako Boafo, Foto Nii Odzenma, Courtesy the artist and Gagosian. A Palazzo Grimani, Venezia. Fonte ufficio stampa

Il museo di Palazzo Grimani, nel circuito dei Musei archeologici nazionali di Venezia e della Laguna diretti da Marianna Bressan, dal 6 maggio al 22 novembre debutta in Italia il ghanese Amoako Boafo con la personale “It Doesn’t Have to Always Make Sense. Un dialogo contemporaneo tra l’identità ghanese e l’eredità del Rinascimento veneziano”. Nella mostra prodotta dalla potente galleria Gagosian con l’istituto museale il pittore presenta ritratti e autoritratti “che rivelano vulnerabilità e creatività, mettendo in discussione i modelli tradizionali della mascolinità”, suggerisce la nota stampa e “si confronta con la tradizione artistica veneziana, reinterpretando il genere della ritrattistica”.
Il sito è https://museiveneto.cultura.gov.it/musei/museo-di-palazzo-grimani

Veduta della mostra a Palazzo Gotico a Piacenza “Sguardi sull’Africa”. Foto Stefano Miliani

L’ultima tappa di questo tracciato ci porta alla mostra nel Palazzo gotico di Piacenza, cui ha collaborato l’assessorato alla cultura del Comune. Fino a lunedì 4 maggio continua “Sguardi sull’Africa. Arte tradizionale e giovani voci, arte contemporanea e la Scuola di Casablanca”. Nel vastissimo salone antico i curatori Paolo Giglio e Samuele Menin hanno disposto 250 pezzi tra statue e maschere rituali, un corposo capitolo sulla pittura marocchina modernista, autori e autrici africani sia agli esordi sia già affermati. La mostra seleziona opere dalla Collezione Giglio di Paolo e Bruno Giglio e dalla Collezione54 di Rosario Bifulco.

Veduta della mostra a Palazzo Gotico a Piacenza “Sguardi sull’Africa”. Foto Stefano Miliani

Qui, in tutta franchezza, si pone un problema. Non sta nelle opere: è nell’allestimento. Nella navata centrale “Sguardi sull’Africa” dispone su tribune a scalare sculture e manufatti e, dietro, la pittura marocchina. A parere di chi scrive l’effetto, involontario e pur nelle buone intenzioni, è che rende difficile vedere davvero le singole opere, le penalizza tutte invece di valorizzarle come i curatori vorrebbero, lo sguardo di un visitatore medio si confonde. Dispiace.

Maimouna Guerresi, “White Cup”, 2014, Courtesy Collezione 54, Milano. Alla mostra a Palazzo Gotico a Piacenza “Sguardi sull’Africa”. Foto Stefano Miliani
Edson Chagas, “Diana S. Sakulombo, Tipo Passe, 2014, Courtesy Collezione 54, Milano. Alla mostra a Palazzo Gotico a Piacenza “Sguardi sull’Africa”. Foto Stefano Miliani

Viceversa lo spazio iniziale di ingresso propone uno stimolante ancorché sintetico nucleo di autrici e autori in via di affermazione. E il pannello verso la parete di fondo del salone a coronamento della doppia tribuna isola alcuni autentici capolavori: tanto per citarne tre, la strepitosa e spirituale Maimouna Guerresi; l’astrazione del ghanese Ibrahim Mahama; l’angolano Edson Chagas con la foto straniante del busto di una persona in giacca e camicia bianca che indossa una maschera che diremmo dell’etnia chokwe. Parimenti, il catalogo pubblicato da postmedia books è chiaro e ha schede adeguate: è uno strumento che non decade affatto con la fine della mostra piacentina. Che ha un altro pregio: è a ingresso gratuito.
Il sito è  sguardisullafrica.it

Un visitatore guarda “Oltre i cieli”, 2025, di Ako Atikossie, Courtesy Nashira Gallery. Tra le “Giovani voci” alla mostra a Palazzo Gotico a Piacenza “Sguardi sull’Africa” . Foto Stefano Miliani
Native

Articoli correlati