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Arthur Jafa e Richard Prince mettono in scena il lato oscuro del mito americano

Alla Fondazione Prada di Venezia viene presentato un inedito dialogo artistico in cui le immagini della cultura a stelle e strisce diventano strumenti di critica, tensione e disorientamento

Arthur Jafa e Richard Prince mettono in scena il lato oscuro del mito americano
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10 Maggio 2026 - 14.46 Culture


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Non una “semplice” esposizione ma un confronto aperto pieno di attriti, risonanze e cortocircuiti. Potrebbero bastare queste poche parole per riassumere l’essenza di “Helter Skelter“, la nuova mostra ospitata dalla Fondazione Prada di Venezia, visitabile dal 9 maggio al 23 novembre 2026, che “intreccia” le idee e la creatività di Arthur Jafa e Richard Prince, due giganti dell’arte americana che hanno fatto dell’appropriazione la propria nota distintiva.

Le opere in mostra sono numerose (oltre 50) e tutte meritano un’adeguata contemplazione: video, installazioni fotografiche, sculture e dipinti si susseguono in un percorso ricco e articolato. Tra queste spiccano innanzitutto le imponenti installazioni plastiche che accolgono il visitatore al piano terra, ovvero “Blasting Mats di Richard Prince e “Big Wheel II di Arthur Jafa.

In entrambi i lavori c’è un richiamo alla cultura automobilistica americana: nel primo attraverso una stratificazione di resti di copertoni impilati, nel secondo con una monumentale ruota avvolta da catene. In stretto dialogo con queste opere si colloca il video di Jafa del 2016, dal titolo “Love Is the Message, The Message Is Death“, nel quale i fotogrammi raccontano la vita delle persone nere sullo sfondo del razzismo sistemico e della supremazia bianca.

La dimensione più “perturbante” trova ulteriore espressione nei dipinti di Prince, la cui serie “de Kooning Paintings” si configura sia come omaggio all’artista impressionista americano scomparso nel 1997 che come “paragone” visionario con la sua pesante eredità pittorica.

Da segnalare c’è anche un altro video di Jafa, “akingdoncomethas“, composto da frammenti legati alla comunità black della chiesa statunitense alternati a scene di incendi nella città di Los Angeles: l’oratoria martellante e la musica gospel trasformano l’opera in un’esperienza intensamente ipnotica e soprattutto spirituale. 

Jafa e Prince lavorano esattamente su questo terreno ambiguo. Entrambi costruiscono – pezzo dopo pezzo – i loro lavori appropriandosi di immagini già esistenti: film, pubblicità, social media, videoclip, pornografia soft, cronaca, fumetti, memorabilia, cultura underground. Niente viene considerato “innocente”. Tutto ciò che appartiene alla cultura visiva americana può essere smontato e rimontato per rivelarne le tensioni nascoste.

La curatrice della mostra, Nancy Spector, si è così espressa: “Entrambi sono scavenger di immagini. Senza chiedere alcun permesso preventivo attingono al bacino traboccante della cultura visiva – dalle paludi dei social media agli annali del giornalismo su carta, dalla casa degli specchi della pubblicità all’archivio di celluloide di Hollywood – per prendere ciò che desiderano e trasformarlo in arte per pura scelta personale”.

E ha continuato Spector: “Sono artisti essenzialmente americani per temi e linguaggio, incorporando letteralmente oggetti e immagini del mondo empirico nelle loro opere e assorbendoli come readymade, veri e propri cavalli di Troia concepiti per sovvertire i sistemi di credenze consolidati”.

Insomma, questo incontro veneziano tra gli stili di Prince e Jafa delinea un percorso che va oltre la semplice citazione colta, dove l’immagine “rubata” smette di essere un cliché per diventare la prova tangibile di un’identità collettiva complessa e ancora profondamente divisa.

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