C’è una parola che questo governo pronuncia con una certa devozione: mercato. Quando si parla di Mps, Giorgetti la mette sul tavolo e Meloni la lascia intendere. Lo Stato ha una quota, certo, ma non deve usarla per orientare il destino della banca. Sia mai. Il mercato va rispettato. Benissimo.
Solo che poi arriva la benzina. E improvvisamente il mercato diventa un interlocutore con cui si può ragionare. Eni, dove lo Stato mantiene una partecipazione, interviene sui prezzi dei carburanti. Il governo apprezza, il problema viene affrontato, il mercato viene cortesemente invitato a non esagerare.
E allora la domanda è inevitabile. Perché per il carburante la partecipazione pubblica può essere un peso politico da usare, mentre per una banca che rischia di perdere identità e posti di lavoro deve diventare improvvisamente un soprammobile? La risposta, naturalmente, è sempre quella: il mercato.
Una parola meravigliosa. Buona soprattutto per non dire “abbiamo deciso di non intervenire”. E c’è persino una certa eleganza nel paradosso: se il mercato dovesse portare Mps lontano da Siena, bisognerà prenderne atto. Se invece il mercato porta la benzina troppo lontano dalle tasche degli italiani, allora bisogna intervenire.
Due pesi e due misure? Non diciamo sciocchezze. Diciamo piuttosto che esistono mercati sensibili e mercati insensibili. Mercati che possono aspettare e mercati che, quando si avvicinano le elezioni, diventano improvvisamente urgenti. Del resto, la politica non fa preferenze. Semplicemente sa distinguere ciò che costa un voto da ciò che costa una banca.
E se domani qualcuno ci spiegherà che anche il bollo auto deve essere lasciato al mercato, non preoccupiamoci. Ciao bollo, ciao. Naturalmente fino a quando non arriveranno le urne.