Il Cantico delle creature di San Francesco in una veste linguistica errata

Il filologo Pietro Gibellini propone una versione “restaurata” del Cantico, capace di restituire al poema la pronuncia originaria, offrendo anche una nuova interpretazione del suo significato

Il Cantico delle creature di San Francesco in una veste linguistica errata
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17 Agosto 2026 - 20.01 Culture


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Dopo otto secoli dalla morte di San Francesco, il Cantico delle creature potrebbe essere arrivato fino a noi con una veste linguistica diversa da quella originale. È questa la tesi del filologo e critico Pietro Gibellini, autore del volume “San Francesco poeta”, pubblicato da Ronzani Editore.

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Secondo lo studioso, il problema deriva dal Codice 338 della Biblioteca di Assisi, il più antico manoscritto che conserva il Cantico, copiato diversi decenni dopo la morte del Santo. Poiché il codice contiene quasi esclusivamente testi latini e il Cantico è l’unico testo in volgare, l’amanuense avrebbe adattato inconsapevolmente la grafia del testo alle proprie abitudini latine. Sarebbero così nate forme come “cum tucte” ed “et pretiose”, che non rispecchierebbero la pronuncia usata da Francesco.

Gibellini propone quindi di affiancare alle edizioni tradizionali una versione “restaurata”, capace di restituire al poema la pronuncia originaria, offrendo anche una nuova interpretazione del suo significato. La proposta sarebbe particolarmente importante perché il Cantico era stato composto anche per essere cantato.

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Il filologo propone inoltre una nuova interpretazione di alcuni versi. Il manoscritto non contiene punteggiatura e quella utilizzata oggi è stata stabilita dagli editori. Secondo Gibellini, spostando una virgola nell’espressione “ad te, solo Altissimo, se confàno”, si chiarisce che Francesco non intende dire che soltanto Dio può essere lodato, ma che le lodi spettano a Dio in quanto “solo Altissimo”, formula legata alla tradizione liturgica.

In questo modo scompare anche l’apparente contraddizione tra la lode rivolta a Dio e quella dedicata alle creature, come la Luna, il Vento e l’Acqua. Le creature, infatti, partecipano alla lode del Creatore, come conferma il verso “Laudato si’, mi’ Signore, con tutte le tue creature”.

L’intervento di Gibellini dunque renderebbe il testo più vicino alla lingua originale, restituendo così il suono autentico.

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