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Meno razzismo negli stadi o è solo meglio nascosto?

La Fifa ha introdotto protocolli più rigidi contro le discriminazioni. Il Mondiale è così una vetrina del calcio 'perfetta' che si mostra inclusiva nei valori dichiarati, spettacolare nella forma ma profondamente selettiva nei rapporti di potere che la attraversano.

Meno razzismo negli stadi o è solo meglio nascosto?
L'espulsione di Almiron
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Marcello Cecconi Modifica articolo

30 Giugno 2026 - 08.16 Culture


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Ai Mondiali 2026, per chi guarda dagli spalti o da casa, la sensazione è quella di un calcio più ordinato, più controllato, quasi più “pulito”. Non si sono viste proteste contro il razzismo e nemmeno episodi di razzismo negli stadi. O almeno sembrano meno frequenti, meno rumorosi, meno visibili. Ma la domanda non è se siano spariti ma dove siano finiti.

La Fifa ha introdotto protocolli più rigidi contro le discriminazioni. I calciatori possono segnalare direttamente all’arbitro cori o gesti razzisti attraverso segnali codificati (l’incrocio ad X delle braccia davanti al petto), gli arbitri hanno la possibilità di sospendere o interrompere le partite, e le sanzioni per club e federazioni sono diventate più pesanti. Anche il controllo su gesti apparentemente marginali come quello di coprirsi la bocca durante le comunicazioni in campo rientra in una logica di maggiore trasparenza e verificabilità.

Lo dimostra l’episodio del giocatore paraguaiano Miguel Almirón che è stato espulso e squalificato per una gara, dopo essersi coperto la bocca durante un alterco. Anche i comportamenti “intermedi” vengono ora interpretati alla luce di un sistema di controllo tecnologicamente assistito come è successo anche all’arbitro assistente var australiano Shaun Evans. Inquadrato in diretta tv prima della partita Germania-Curacao mentre faceva il gesto di unire il pollice con l’indice lungo il fianco, interpretabile anche come gesto di “suprematismo bianco”. Il fatto ha avuto una forte risonanza sui social quando invece il gesto, che pare nato proprio nelle pianure polverose australiane col nome di “ballgazing”, può più semplicemente essere tradotto con il giovanile gioco di “paga la mossa”.

Anche le riprese e regia televisiva hanno il loro peso nel “ripulire” le immagini. L’obiettivo chiaro del controllo è quello di rendere il razzismo meno visibile e. comunque, più rischioso da esprimere nello spazio pubblico dello stadio. E per chi guarda da casa in effetti qualcosa è cambiato. Gli episodi eclatanti sugli spalti del Mondiale 2026 sembrano diminuiti, ma non è detto che questo equivalga a una riduzione del fenomeno. È più probabile che si sia spostato. Lo troviamo ancora nelle cronache o nelle analisi dei commentatori televisivi come nel caso dell’attaccante ex Jugoslavia Rade Bogdanovic che durante l’analisi di Belgio-Iran ha giustificato così l’errore che è costato il cartellino rosso al difensore belga Nathan Ngoy al 60°: “Ho sempre detto che, e non sono razzista, questi neri non hanno la concentrazione necessaria per reggere più di 60-80 minuti”.

Ma la migrazione che invece si osserva di più è quella dell’odio dagli stadi ai social network dove il controllo sociale è più debole, l’anonimato più facile e la diffusione più rapida. Il razzismo, che un tempo cercava la platea dello stadio, oggi trova spesso nei commenti online un ambiente più favorevole e meno esposto alle conseguenze immediate.

Tutto questo rafforza la sensazione che il calcio mondiale sta diventando uno degli spazi più sorvegliati dello sport contemporaneo, lasciando aperta però la vera questione. La paura della sanzione coincide davvero con l’inclusione? Probabilmente no. La norma modifica i comportamenti mentre è la cultura che modifica le convinzioni. Le due cose non sempre coincidono perché l’inclusione nasce quando cambia il modo in cui una comunità guarda all’altro, non soltanto quando aumenta il costo di un comportamento discriminatorio.

Il Mondiale 2026, in questo senso, non è la prova di una società diventata improvvisamente più inclusiva, e questo diventa ancora più evidente se si guarda alla composizione stessa del calcio mondiale contemporaneo. Le nazionali sono oggi il prodotto di società profondamente multiculturali, attraversate da migrazioni e identità ibride. Il campo da gioco riflette questa complessità più di quanto non lo facesse in passato. Proprio per questo, il razzismo appare sempre più come una contraddizione interna al sistema stesso che lo ospita.

Ma il Mondiale, lo sappiamo, non è solo sport ma rappresentazione del potere che è parte integrante dello spettacolo globale e che cerca di prevenire, con ogni mezzo, ogni possibile “disturbo”. L’annuncio che Donald Trump sarà presente alla finalissima nel New Jersey accanto all’amico Gianni Infantino, a consegnare il trofeo, alimenta l’idea di un calcio sempre più integrato nei circuiti della diplomazia e dell’immagine globale, dove ogni gesto è anche comunicazione politica.

Una vetrina del calcio perfetta che si mostra inclusiva nei valori dichiarati, spettacolare nella forma ma profondamente selettiva nei rapporti di potere che la attraversano. E la finale del 19 luglio più che il punto più alto della competizione, rischia di essere anche il punto più alto della messa in scena.

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