Non basta liquidare tutto come una “ragazzata”. Dietro l’inchiesta che ha portato alla denuncia di tredici minorenni del Senese, dodici ragazzi e una ragazza, emerge un quadro che parla di radicalizzazione online, cultura dell’odio e isolamento educativo. Un fenomeno che riguarda tutta la comunità cittadina e che chiama in causa scuola, famiglie, politica e istituzioni.
L’operazione della Digos, coordinata dal Tribunale dei minori di Firenze, ha acceso i riflettori su un gruppo di adolescenti che, secondo gli investigatori, utilizzava chat chiuse e piattaforme di messaggistica per condividere propaganda neonazista, contenuti razzisti e materiale violento. Tra le accuse contestate figurano apologia di fascismo e nazismo, propaganda fondata sull’odio etnico, razziale e diversità di genere, detenzione illegale di armi e diffusione di materiale pedopornografico.
Scrive la Polizia di Stato di Siena nel proprio sito “Gli investigatori hanno scoperto inoltre diverse chat di gruppo, tra cui una dall’inequivocabile nome “Partito repubblicano fascista”, dove i giovani, oltre all’interesse per le armi, esaltavano figure come Mussolini e Hitler e disprezzavano gli immigrati con l’uso costante di un linguaggio pieno di odio nei loro confronti”
Pare che tutti frequentino la stessa scuola superiore senese e, questo, è un elemento che rende ancora più urgente interrogarsi sul clima sociale e culturale in cui questi giovani sono cresciuti. Perché se è vero che il gruppo non avrebbe mai trasformato le parole in azioni concrete, non risultano aggressioni organizzate né collegamenti operativi con reti terroristiche, è altrettanto vero che la normalizzazione dell’odio nasce proprio nei luoghi virtuali, nei linguaggi quotidiani, nei meme condivisi senza filtri e nella continua banalizzazione della violenza.
Secondo quanto emerso dalle indagini, il gruppo inneggiava alla superiorità della “razza bianca”, pubblicava simbologie fasciste e naziste e discuteva della possibilità di organizzare ronde punitive contro stranieri e immigrati dopo alcune tensioni avvenute in città. In alcune conversazioni comparivano anche riferimenti ad armi, esplosivi artigianali e modifiche a pistole scacciacani.
L’inchiesta sarebbe partita dalla segnalazione di un coetaneo estraneo ai fatti, che avrebbe raccontato ai genitori il tentativo di coinvolgerlo nell’acquisto di armi. Un passaggio fondamentale, che dimostra quanto il ruolo degli adulti resti decisivo nell’intercettare segnali di disagio e deriva estremista prima che sia troppo tardi.
Il punto centrale, oggi, non è alimentare allarmismi o trasformare questi ragazzi in mostri mediatici. Sono minorenni e come tali dovranno affrontare un percorso giudiziario ma anche educativo. Tuttavia, sarebbe altrettanto pericoloso minimizzare poiché l’estrema destra digitale parla sempre più spesso il linguaggio dei giovanissimi: piattaforme chiuse, ironia tossica, propaganda mascherata da provocazione, culto della forza e disprezzo delle differenze. L’inchiesta di Report su Rai3 di domenica scorsa ci ha mostrato il fenomeno in diverse sfaccettature.
A Siena il problema non nasce oggi. Negli ultimi anni il territorio è già comparso in diverse indagini legate ad ambienti neofascisti e suprematisti. Segnali che non possono essere archiviati come episodi isolati. La provincia italiana, spesso raccontata come immune dai processi di radicalizzazione, si scopre invece vulnerabile alla solitudine sociale, alla crisi identitaria e all’assenza di spazi sani di partecipazione.
Sono varie le voci che si sono espresse, tra queste il senatore Silvio Franceschelli: “Il fatto che i protagonisti di questa vicenda siano tredici minorenni della nostra città rende il quadro ancora più doloroso e allarmante. Voglio esprimere il mio più profondo ringraziamento alla Polizia di Stato e alla Magistratura per il prezioso lavoro di indagine. Hanno fermato una deriva pericolosa prima che potesse tradursi in atti ancora più gravi. Le terre senesi sono, per storia e tradizione, culla di civiltà, tolleranza e valori democratici nati dalla Resistenza. Vedere dei giovanissimi tradire questi valori per abbracciare l’odio e i totalitarismi del passato è una ferita al cuore della nostra comunità. Questo episodio ci dice che non possiamo e non dobbiamo mai abbassare la guardia.”
Serve allora una risposta collettiva. Più educazione civica e digitale nelle scuole, più presidi culturali nei quartieri, più ascolto psicologico per adolescenti spesso lasciati soli davanti agli algoritmi dell’odio. Perché il problema non sono soltanto tredici ragazzi del Senese. Il problema è il vuoto culturale dentro cui certe idee riescono ancora a sembrare attraenti.