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Donne che odiano le donne? La rivalità femminile come conflitto costruito dalle pressioni sociali

Per secoli il valore femminile è stato legato all’aspetto, alla maternità e al riconoscimento sociale, alimentando confronto e rivalità. Oggi i social network amplificano queste dinamiche, trasformando il giudizio reciproco in un fenomeno costante, anche tra donne. Una riflessione a fronte della nuova Mappa dell’Intolleranza stilata da Vox Diritti.

Donne che odiano le donne? La rivalità femminile come conflitto costruito dalle pressioni sociali
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15 Maggio 2026 - 18.52 Culture


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di Chiara Monti

Non sempre l’odio online si manifesta attraverso insulti espliciti o aggressioni evidenti. Sempre più spesso assume la forma di battute, giudizi estetici, confronti continui e commenti apparentemente innocui che finiscono per normalizzare stereotipi e discriminazioni. È questo il quadro che emerge dalla nuova edizione della Mappa dell’Intolleranza stilata da Vox Diritti, che analizza oltre due milioni di contenuti pubblicati su X tra gennaio e novembre 2025. La ricerca mostra come la misoginia non sia diminuita, ma abbia cambiato forma: oggi è più sottile, quotidiana e difficile da riconoscere proprio perché integrata nel linguaggio comune e nelle dinamiche sociali digitali.

Le donne restano la categoria più colpita dai contenuti ostili, ma l’aspetto più sorprendente riguarda il ruolo femminile nella diffusione di questo linguaggio. Secondo la ricerca, il 43% dei contenuti misogini proviene da account femminili, una percentuale più alta rispetto a tutte le altre categorie analizzate. Inoltre, i contenuti ostili pubblicati da donne generano mediamente più interazioni rispetto a quelli maschili, dimostrando una forte capacità di circolazione e viralizzazione. Per secoli le donne non hanno avuto accesso al potere economico, politico e sociale nello stesso modo degli uomini. In molte società il loro valore dipendeva quasi esclusivamente dall’essere considerate desiderabili, buone mogli, buone madri o donne rispettabili. Se una donna appariva più bella, più giovane o riceveva maggiore attenzione, acquisiva automaticamente più valore sociale. In un sistema dove riconoscimento e possibilità erano limitati, la competizione tra donne è diventata inevitabile. Non un meccanismo naturale, ma una rivalità appresa e interiorizzata nel tempo.

Questa mentalità si trasmette spesso già nell’infanzia. Molte bambine crescono attraverso paragoni continui: chi è più educata, più elegante, più magra, più bella. È un’educazione sottile ma profondamente radicata, che abitua al confronto costante e al bisogno di approvazione. Uno degli esempi più evidenti riguarda il corpo. Le donne vivono da sempre sotto osservazione: troppo magra, troppo grassa, troppo provocante, troppo semplice, troppo vecchia o troppo giovane. Qualunque scelta sembra sbagliata. E spesso i commenti più duri arrivano proprio da altre donne che hanno interiorizzato gli stessi standard che per anni hanno ferito loro. La stessa dinamica emerge anche nel rapporto con il successo e con la libertà personale. Una donna bella viene accusata di essere superficiale, una donna intelligente definita arrogante, una donna sicura di sé considerata antipatica. Una donna libera sessualmente viene criticata prima ancora dalle altre donne che dagli uomini. È come se vedere un’altra brillare mettesse in crisi insicurezze profonde, trasformando il confronto in ostilità.

I social network hanno amplificato tutto questo. Oggi le donne sono costantemente esposte allo sguardo collettivo, ogni foto diventa una gara silenziosa. Basta leggere i commenti sotto le immagini di influencer o personaggi famosi per trovare accuse, giudizi feroci e cattiverie estetiche scritte spesso da altre donne. La ricerca evidenzia inoltre che l’odio online non si diffonde spontaneamente, ma attraverso reti di amplificazione che contribuiscono a rendere normale il linguaggio discriminatorio. Parallelamente emerge anche il fenomeno della deumanizzazione, cioè la tendenza a ridurre l’altro a uno stereotipo, a ridicolizzarlo o svuotarlo simbolicamente della propria individualità.

In questo contesto, quello che viene definito “odio tra donne” non può essere ridotto a semplice cattiveria individuale. È piuttosto il riflesso di una cultura che ha insegnato alle donne a misurare il proprio valore attraverso il confronto continuo con le altre. I social network hanno reso questo meccanismo più visibile, più rapido e più aggressivo, trasformando il giudizio reciproco in una forma quotidiana di relazione.

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