Internet e donne: il codice è patriarcale

L'autrice Silvia Semenzin, sociologa digitale e attivista femminista, nel suo ultimo libro “Internet non è un posto per femmine” (2026, Einaudi) smaschera il modello maschilista dietro lo schermo. L'attivismo digitale è necessario, ma "non basta”: dobbiamo innanzitutto ripensare, insieme, la stessa tecnologia.

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20 Gennaio 2026 - 17.32 Culture


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di Giada Zona

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CHATGPT che suggerisce alle donne di richiedere stipendi più bassi rispetto agli uomini; Grok, modello IA di X, che genera deepnudes di Taylor Swift; Replika, un chatbot che tende ad associare alle donne i tratti della cultura patriarcale. Attraverso una profonda lettura e rilettura di dati, teorie femministe e studi sociologici, l’autrice Silvia Semenzin nel suo ultimo libro “Internet non è un posto per femmine” (2026, Einaudi) traccia il profilo di una realtà che riguarda tutti noi: la discriminazione di genere online radicata nel codice.

Se nell’immaginario collettivo le invenzioni tecnologiche sono solo opera di uomini, la realtà documenta il contrario. È questa la contraddizione che sottolinea all’inizio l’autrice: a creare il primo algoritmo fu una donna, a dare vita al linguaggio di programmazione COBOL fu un’altra donna, a far nascere il software che ha permesso lo sbarco sulla Luna fu sempre una donna e, ancora, un’altra donna ha creato gli algoritmi che garantiscono l’attuale funzionamento di Internet. 

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Negli anni Ottanta, in seguito ai primi passi dell’emancipazione femminile, si inizia a discutere di cyberfemminismo, che vedeva la rete come un mezzo per superare le retoriche antifemministe; negli anni Novanta, con la diffusione di Internet, il sogno delle femministe entra in una nuova era, dove le discriminazioni di genere raggiungono il mondo digitale. La fase più problematica, prosegue l’autrice, avvenne con il passaggio dal web 1.0 al web 2.0 – la forma di rete partecipativa – dove gli spazi digitali, diventati orizzontali con evidenti benefici, permettevano però a chiunque di esercitare nuove forme di violenza. Dal 2009 si parla infatti della manosfera, un luogo digitale frequentato esclusivamente dagli uomini che rivendicano il loro sesso e il loro genere, i quali diventano l’espediente della loro egemonia maschile. Questo li legittima a screditare e diffondere narrazioni distorte e fortemente discriminatorie sul ruolo delle donne e sui movimenti femministi.

Alcuni di loro rifiutano di avere rapporti sessuali con le donne, altri credono che la società sia programmata per rimuovere il potere maschile, altri ancora considerano le donne come colpevoli della loro posizione sociale. “Monocultura” è il termine utilizzato per analizzare questo fenomeno online, vista la presenza di nuovi linguaggi che permettono agli uomini di dare voce e forma ai loro pensieri misogini, come  dimostrato dai commenti su TikTok come “Turetta libero” o dagli hashtag “Your body my choice” su X. 

Tra le influencer, prosegue l’autrice, ci sono moltissime donne, le quali hanno però imparato a rispondere alle logiche di mercato promuovendo trend e hashtag che, sebbene possano avere intenti genuini, riproducono delle costruzioni sociali predefinite sulla femminilità. È il caso di trend come la clean girl, che esalta un modello di donna molto femminile, o la vanilla girl, dove la femminilità diventa sinonimo di semplicità, e così via. Il problema è che queste diventano “etichette algoritmiche”, dove la femminilità viene ridotta a categorie binarie, rispondendo alla logica dell’algoritmo e riproducendo, seppur inconsciamente, dei dettami patriarcali dove la rappresentazione delle donne funziona solo dentro codici estetici perfetti. “i corpi levigati, la pelle glowy, i sorrisi docili e i toni pastello diventano gli elementi premiati dall’algoritmo quando è il femminile a esporsi”, scrive l’autrice. 

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D’altro canto, Silvia Semenzin segnala che alcune donne prendono parte alla cosiddetta “femosfera”, luoghi digitali frequentati esclusivamente dalle donne che assecondano la manocultura e si dichiarano favorevoli alle discriminazioni di genere. Un fenomeno paradossale che non si presenta come tale ma che, appropriandosi di narrazioni femministe, offre l’illusione di superare gli stereotipi di genere mentre, in realtà, li riproduce e li diffonde. Ne è un esempio è l’hashtag #DivineFeminine, che suggerisce alle donne di connettersi maggiormente con la propria femminilità, promuovendo la spiritualità e pratiche meditative, aderendo in realtà alla teorie della cultura patriarcale.

Oltre ai presenti rischi, suggerisce l’autrice, il digitale è stato fortemente d’aiuto nei movimenti politici, ambientalisti, femministi e, in particolar modo, le piattaforme hanno favorito la nascita e lo sviluppo di movimenti sociali. Il messaggio finale lanciato dall’autrice, quindi, è che l’attivismo digitale è necessario, ma “non basta”: dobbiamo innanzitutto ripensare la stessa tecnologia e i suoi codici, dunque ripartire dalle sue radici. Se la tecnologia è nelle mani di pochi, l’autrice ci invita a compiere un esercizio collettivo: trovare una forma partecipativa per riflettere sui codici che ancora oggi rispondono a un modello di mascolinità patriarcale. Riflettere, ripensare e smontare il potere – spesso poco visibile – dietro i nostri schermi per offrire la libertà, l’uguaglianza di genere e per abbattere le discriminazioni che su Internet trovano terreno fertile. Perché quest’ultime sono ancora assai presenti. E il femminismo è, indubbiamente, il punto di partenza necessario.

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