La Sicilia di Sciascia e Alfano: l’urgenza di dire

L‘ 8 gennaio non è una data qualsiasi per l’isola- Lo scrittore racconta la Sicilia come metafora universale dell’abuso di potere. L'altro lo ha fatto attraverso la cronaca, pagandone il prezzo più alto. Le loro denunce, ancora oggi, parlano là dove la giustizia tace.

La Sicilia di Sciascia e Alfano: l’urgenza di dire
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13 Gennaio 2026 - 16.06 Culture


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di Martina Narciso

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L’8 gennaio, in Sicilia, non è una qualunque giornata. L’8 gennaio 1921 nasceva Leonardo Sciascia, scrittore che più di ogni altro ha denunciato la cultura mafiosa, interrogando l’intricato e pericoloso rapporto tra verità e potere. E sempre l’8 gennaio 1993 di settantadue anni dopo, infatti,  veniva ucciso Beppe Alfano, giornalista schiacciato da quelle stesse dinamiche di potere e che alla verità ha sacrificato la vita. Le loro sono state due storie diverse ma guidate da un unico intento: aver raccontato ciò che si preferiva venisse silenziato. 

Leonardo Sciascia nasce a Racalmuto, nell’entroterra siciliano. Si diploma alle Magistrali e poi  lavora al Consorzio Agrario e dopo come insegnante elementare. E’ Luigi Pirandello, anch’egli di origine siciliana, a notare la sua raccolta d’esordio Favole della dittatura (1950), che subito segnala e recensisce,  portandolo presto all’attenzione degli editori italiani. 

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Negli anni successivi la sua produzione diventa felice anche grazie al sodalizio con Einaudi: pubblica Gli zii di Sicilia (1958), Il giorno della civetta (1961), Il consiglio d’Egitto (1963), e collaborò anche con La Stampa e il Corriere della Sera. I suoi interessi si sono sempre diversificati e ampliati, muovendosi abilmente tra poesie, saggi, articoli, pamphlet, pièce teatrali e romanzi, ma ci fu un nucleo a cui rimase sempre ancorato: la Sicilia. In particolare, si occupò della complessa triade composta da potere-mafia-giustizia. 

La Sicilia sciasciana, infatti, è lo specchio di un mondo corrotto, in cui la giustizia è il travestimento formale dell’ingiustizia, e anziché proteggere i cittadini, protegge il sistema, anche a costo dell’eliminazione fisica dei pochi onesti che tentano di denunciare i meccanismi compromessi. Nei romanzi di Sciascia la mafia non è mai un corpo estraneo allo Stato, bensì un meccanismo che agisce dentro le istituzioni, e lo sa bene Alfano, che tenta di raccontare questo sistema dal basso, attraverso la cronaca locale, occupandosi di ciò che passa inosservato. 

Giuseppe Aldo Felice Alfano, detto “Beppe”, nacque nel 1945 a Barcellona Pozzo di Gotto, comune distante circa cinquanta chilometri da Messina, centro attorno al quale si è dipanata la sua vita da professore di educazione tecnica appassionato di giornalismo. La sua curiosità lo avvicinò alla radio prima e alle televisioni dopo, ma fu il suo coraggio a guidarlo verso una ricerca sempre più investigativa, attenta e documentata sul peccato più grave della sua terra e quella di Sciascia: la mafia. 

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In particolare, il suo sguardo si rivolse alla vicenda del raddoppio ferroviario e la costruzione dell’autostrada Messina-Palermo, in cui aveva fiutato un forte interesse mafioso, specificatamente di Cosa Nostra. Le sue intuizioni furono messe nero su bianco sulle pagine de “La Sicilia”, di cui nel 1991 divenne corrispondente, e così facendo scrisse anche l’inizio del suo epilogo. Fu poco dopo, infatti, che imbarcò una pericolosa, e fatale, strada: convincendosi che il boss di Catania, Nitto Santapaola, si nascondesse a Barcellona, provò a mettersi sulle sue tracce. 

Erano le 22.00 dell’8 gennaio 1993. Beppe stava percorrendo Via Marconi a bordo della sua Renault rossa con la moglie seduta al suo fianco. Dopo averla lasciata a casa, raccomandandole di non muoversi da lì, si allontanò da solo. Poco più tardi, tre colpi di una calibro 22 lo hanno colpito alla testa e al torace, senza lasciargli possibilità di salvezza. La sua morte non fu un gesto improvviso né un errore, bensì la risposta violenta a un lavoro di scavo e di indagine che stava portando alla luce un sistema di relazioni e complicità. Per questo attorno al suo omicidio si addensarono sin da subito silenzi, depistaggi e ritardi che raccontano di una verità che non è mai stata del tutto restituita. 

È lo stesso meccanismo che Leonardo Sciascia aveva lucidamente narrato trent’anni prima. Nel Giorno della civetta (1961), ad esempio, il capitano Bellodi è a dirigere le indagini dell’omicidio di un piccolo imprenditore capo di una cooperativa edilizia che si rifiutava di pagare il pizzo alla mafia. È assassinato mentre stava salendo su un autobus diretto a Palermo, in pieno giorno, in mezzo ai passeggeri che, per paura di ritorsioni, evitano di testimoniare. Quando Bellodi intuisce la realtà dei fatti e inizia a renderla manifesta è spedito a Parma, ufficialmente per motivi di salute, concretamente per le spinte dei politici e degli uomini d’affari collusi con la mafia. 

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La sua è una verità che esiste, è ben riconoscibile, ma non è sufficiente, non può essere accettata, perché inciampa nell’omertà, nei silenzi, nella complicità, nelle mezze parole. Ed era la stessa che Alfano aveva cominciato a sfiorare con il suo lavoro. Esattamente come i personaggi sciasciani, Beppe si muoveva in un territorio dove la mafia camminava a braccetto con la politica, gli affari e le istituzioni. 

In questo senso, lo sguardo di Leonardo Sciascia fu profetico, perché svelò l’omertà di una società in cui Stato e cittadini sono tra loro distanti e le istituzioni spesso complici.

Entrambi pagarono un prezzo alto per questa consapevolezza. Alfano venne lasciato solo nella sua ricerca della verità, delegittimato, fino all’eliminazione fisica. Sciascia fu isolato, accusato di disfattismo e qualunquismo, attaccato per aver messo in discussione i miti rassicuranti dell’antimafia.  Il Giorno della civetta, del resto, era il primo romanzo che portava narrativamente la mafia nelle case degli italiani durante anni in cui molti neanche credevano (o volevano credere) all’esistenza di essa. 

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A unire l’8 gennaio del 1921 e quello del 1993 non è solo una coincidenza cronologica, bensì una stessa urgenza morale di dire ciò che non conviene dire. Sciascia ha trasformato la narrativa in un tribunale capace di raccontare ciò che le sentenze non riescono a pronunciare; Alfano ha fatto lo stesso con la cronaca, dando nomi e connessioni a ciò che molti preferivano non vedere. Né la letteratura né il giornalismo si sono fermati, e in questo permane la loro lezione: spesso, contro il silenzio, raccontare è già un atto di disobbedienza. Ricordarli oggi significa riconoscere che anche raccontare non è mai un gesto neutro, ma una forma di resistenza.

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