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Terremoto 2016: nelle casette prefabbricate di Accumoli ci si sente isolati, l’area di Amatrice non si arrende

Accumoli distrutta, Amatrice in lenta ricostruzione. La direttrice della rivista “Matrù” Moriconi: “Noi non abbandoniamo questi posti”. Brunella Fratoddi: “Nel museo recuperiamo la nostra storia”

Terremoto 2016: nelle casette prefabbricate di Accumoli ci si sente isolati, l’area di Amatrice non si arrende
Scorcio del centro di Amatrice con la nuova strada asfaltata e la torre civica rimasta in piedi a fine agosto 2026. Foto Stefano Miliani
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Stefano Miliani Modifica articolo

19 Settembre 2026 - 10.52


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Come vivono gli abitanti delle casette prefabbricate tirate su dopo il terremoto del centro Italia del 2016-17? Da una ricognizione lampo di fine agosto nel Lazio settentrionale nel villaggio presso Accumoli si respira un senso di solitudine, di sradicamento, di mancanza di prospettive in un’area già sofferente per lo spopolamento prima del 2016. Di contro, a fronte di comunità frantumate ad Amatrice si percepisce una forte volontà di resistere, di mantenere vivi luoghi come il museo e le relazioni, di non arrendersi, parafrasando il titolo di un articolo della rivista “Matrù” di cui vi diamo conto più sotto.

Il bar in un villaggio di casette d’emergenza “Sae” nel comune di Accumoli a fine agosto 2026. Foto Stefano Miliani

Le casette a un piano, molte con minigiardino, in villaggi che ricordano le zone suburbane nordamericane si chiamano “Sae”, acronimo per “Soluzioni abitative d’emergenza”. Proprio sulle Sae si registra una novità frutto del decreto-legge 144/26 del 7 agosto. Riferisce Monia Orazi su “Cronache maceratesi” del 22 agosto: “Le Sae diventeranno proprietà dei Comuni” a titolo gratuito. “Previsti 38 milioni per le spese sostenute. Passeranno agli enti locali anche tutte le spese per gestirle, mantenerle ed eventualmente rimuoverle: un aggravio ancora non quantificato, particolarmente rischioso per i piccoli centri montani che ospitano numerose aree abitative provvisorie”. Quindi passerà alle amministrazioni comunali la proprietà degli “edifici temporanei per servizi pubblici e attività economiche”.

Villaggio di casette d’emergenza “Sae” nel comune di Accumoli a fine agosto 2026. Foto Stefano Miliani

Distrutta il 24 agosto 2016, con le frazioni Accumoli ha contato 11 morti: tuttora zona rossa transennata e con case pericolanti, compresa la strada per raggiungere il paese, è inavvicinabile senza permesso. In un alto colle vicino si dispiega a gradoni presso al cimitero un villaggio “Sae”.
Come ci si vive a dieci anni dal sisma, soprattutto d’inverno quando il freddo punge? Rispondono Chiara e Nicolino, una coppia in là con gli anni che accoglie con estrema gentilezza il cronista nel loro piccolo angolo: Non si vive, non è vita, non c’è niente, siamo sospesi nell’attesa della ricostruzione. Avevamo casa, però siamo stati delocalizzati, non possiamo fare il progetto per costruirla perché non abbiamo il terreno”. E la vita sociale? “Ha incontrato qualcuno lei oggi qui? Un signore con il cane e basta. Non c’è socialità. Tra chi è morto e chi se n’è andato, perché chi può va via, siamo rimasti in pochi. Tutti anziani”.  

Se vogliamo ripopolare questi paesi appenninici servono persone giovani (qualunque sia la provenienza, a parere di chi scrive) con prospettive di lavoro concrete. “È l’idea dell’attuale amministrazione, però che lavoro fai qui? Non c’è una fabbrica, già da prima del terremoto non c’era un cinema, bisogna creare posti di lavoro”. I servizi funzionano? “La farmacia è più in basso, per i negozi e l’ufficio postale, aperto tre volte a settimana, devi prendere la macchina, la banca non c’era più già prima del 2016. Con il terremoto i soldi arrivano, non prendiamoci in giro,

Casette d’emergenza “Sae” nel comune di Accumoli a fine agosto 2026. Foto Stefano Miliani

Tra i monti Sibillini, quelli della Laga, le valli, il territorio ha una bellezza struggente. La coppia concorda e racconta che avevano un Bed & breakfast: “Era all’inizio di Accumuli, proprio la prima casa. Sta in piedi ma non è agibile, non possiamo andarci senza autorizzazione. Siamo messi male”. I saluti si sciolgono in un sorriso tanto cordiale quanto comprensibilmente amareggiato.

Un signore passeggia tra le casette con il cane. Preferisce che non si scriva il suo nome per cui concordiamo su Pasquale: “La mia Sae casca a pezzi, le maniglie, le porte e le finestre sono rotte. E d’inverno fa molto freddo”. Pensionato di oltre 80 anni, è malato. Spiega che stanno costruendo per lui una casa nella vicina località di Tino. “Nella mia casa ad Accumoli ho perso tutto e per comprare mobili e il resto servono soldi che non ho. Quando sarà pronta quella nuova sarò ancora vivo?”.

I ponteggi della “messa in sicurezza” avvolgono la chiesa di Sant’Agostino nel centro di Amatrice a fine agosto 2026. Foto Stefano Miliani

Nel centro di quanto rimane di Amatrice, nella cui zona rossa pullulano i cantieri e che, il 24 agosto 2016, contò 239 morti, sorge un piccolo agglomerato Sae. Giuseppe fornisce un bilancio nettamente positivo dell’esperienza sua e di sua moglie: “Mi hanno riconsegnato la casa, che è stata demolita e ricostruita, perciò esco di qui tra dieci giorni (era il 31 agosto). La nostra casetta ha funzionato bene, non mi sono trovato male”.

“Accumoli era una bella città arroccata su un rilievo, purtroppo è crollata completamente”, registra Emma Moriconi, archeologa libera professionista, giornalista, direttrice di Matrù. “Accumoli ha 17 frazioni, Amatrice 69, sono territori bellissimi, molto vasti, montuosi, difficili. Entrambi conservano ancora preziosità che non possiamo assolutamente abbandonare”. Erano luoghi preziosi, anche perché essenziali per le comunità, le chiese.
“Ad Amatrice il cantiere di San Francesco (che è del Comune, ndr) è iniziato, quello di Sant’Agostino non ancora ma il nuovo delegato alla ricostruzione delle chiese della Diocesi di Rieti don Franco viene ogni mese ad aggiornarci”. Ora, segnala la giornalista-archeologa, viene riconsegnata al culto Santa Maria della Torre nella frazione contigua al paese, Villa San Cipriano.
“Quando i lavori iniziano e vanno avanti senza interruzioni si portano a termine in tempi giusti”. Purtroppo, osserva, la burocrazia mette freni quando per ricostruire dopo un terremoto così devastante servivano “procedure di guerra” e quindi di emergenza “come diceva l’ex sindaco Sergio Pirozzi”.

Edifici nel retro del complesso dell’ex chiesa di Sant’Emidio, già sede del museo civico diocesano, ad Amatrice, a fine agosto 2026. Foto Stefano Miliani

Matrù è una rivista dalla grafica nitida e accattivante, edita dalla Cooperativa di comunità Ali Amatrice e Accumoli e tornata in edicola ad agosto 2026. Moriconi nel titolo del suo articolo a dieci anni dal sisma mette un punto fermo: “Cronaca di un territorio che non si arrende”. Nel testo individua un fattore critico strutturale delle Sae in questa area appennica formata da “un sistema di villaggi storici strettamente legati alla terra, all’agricoltura e all’allevamento”: riconoscendo che trovare un terreno adatto e piano per strutture simili qui è molto complicato, “in un villaggio la vita è fatta di prossimità radicali, di porte aperte senza bussare, di sguardi che si incrociano nei vicoli. Nelle Sae, quella mappa dei legami si è frantumata e ricomposta per caso. Chi ti ritrovavi come vicino di casetta non era più il compagno di una vita intera”. Infatti, scrive Moriconi, “la geografia umana dei rapporti” si è “spezzata”.

L’ex chiesa di Sant’Emidio, già sede del museo civico diocesano, ad Amatrice a fine agosto 2026. Foto Stefano Miliani

Amatrice rasa al suolo e frazioni hanno avuto il bilancio più tragico del sisma 2016: 239 vittime. “Nel centro storico non è ancora rientrato nessuno, molte persone abitano ancora nelle Sae, la ricostruzione sarà ancora lunga anche se stanno ricostruendo degli aggregati. Ma sono passati dieci anni, non cinque o sei”, commenta Brunella Fratoddi, architetto già del Comune ora in pensione.
“Nelle Sae le persone si sentono sradicate in un altro posto con altri vicini, si sono dovute abituare. Dove si è creata una situazione di vicinato, di rapporti umani, quando dovranno lasciare le casette per ritornare nelle loro abitazioni si creerà un nuovo distacco e quindi un doppio trauma dopo quello del terremoto. Secondo me questo aspetto non è stato analizzato a fondo”.

La sala principale con il plastico di Amatrice nel museo comunale “Floriana Svizzeretto” a fine agosto 2026. Foto Stefano Miliani

Da pensionata Fratoddi collabora con impegno a titolo volontario con il Museo comunale “Floriana Svizzeretto”, debitamente intitolato alla direttrice della collezione che tanto si prodigò per la raccolta e che morì nella notte del terremoto. La raccolta era nell’ex chiesa di Sant’Emidio, semidistrutta dal sisma. Ora espone opere del Comune (quelle della Diocesi di Rieti erano esposte con comodato gratuito e al momento sono in un deposito diocesano), un grande plastico di Amatrice “del borgo antico” in scala 1:100, dipinti tra cui uno di Nicola Filotesio detto Cola dell’Amatrice, sculture, reperti romani, suppellettili sacre, in un prefabbricato dietro a quello comunale costruito con una donazione di Enrico Grignano.
“L’intenzione del Comune è riaprire un giorno il museo nella chiesa di Sant’Emidio quando sarà ricostruita, riflette l’architetto. Già ora è importante tenerlo aperto: con le sue opere d’arte è un luogo in cui la popolazione riesce a identificarsi, recupera la memoria dopo il sisma e chi viene da fuori può capire la storia del luogo”. Torna allora l’azzeccato titolo dell’articolo di Moriconi: la gente del territorio non si arrende.

L’intervista. Lorenzo Attili: “Racconto in foto i dieci anni dal sisma della gente di Norcia”
https://giornaledellospettacolo.globalist.es/saperi/2026/08/21/terremoto-2016-lorenzo-attili-racconto-in-foto-i-dieci-anni-dal-sisma-della-gente-di-norcia/

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