In “L'uomo più crudele del mondo” di Davide Sacco, Guanciale e Montanari ci spingono a comprendere chi realmente siamo

Lo spettacolo ci sbatte in faccia quel “conosci te stesso” che accoglieva il viandante all'ingresso del tempio di Apollo, che ricordava sì, all'uomo, di riconoscere i suoi limiti, le sue fragilità, ma anche il suo lato oscuro

In “L'uomo più crudele del mondo” di Davide Sacco, Guanciale e Montanari ci spingono a comprendere chi realmente siamo
L' uomo più crudele del mondo di Davide Sacco
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12 Febbraio 2022 - 18.34 Globalist.it


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di Alessia de Antoniis

Ha debuttato in prima nazionale “L’uomo più crudele del mondo” di Davide Sacco, con Lino Guanciale e Francesco Montanari. Al teatro Manini di Narni fino al 12 febbraio.
Uccideresti l’uomo più crudele del mondo per un miliardo di euro? Se nessuno lo sapesse, se nessuno ti condannasse, se fossi autorizzato a farlo. Soprattutto, se nessuno ti giudicasse…

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A fine spettacolo, davanti a due attori sfiniti, stremati, madidi di sudore, un pubblico di trecento persone, tra cui solo una ventina di addetti stampa, ha accolto “L’uomo più crudele del mondo” con una standing ovation e lunghi minuti di applausi scroscianti.

Al pubblico può sfuggire lo svolgimento intellettuale di una rappresentazione, ma sa cosa gli piace, sa cosa lo emoziona, e il calore dimostrato credo sia la prova che al Manini di Narni l’antico rito del teatro si è svolto.

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L’uomo più crudele del mondo è un testo surreale o urgente?
Miti antichi parlano di passioni violente, di Crono che mangia i suoi figli, di stupri, incesti, vendette, di omicidi efferati. Le antiche tragedie greche parlano a noi di noi. Prima del sopravvento della morale cristiana. Ma morale viene da mores, costumi, e questi cambiano a seconda del luogo e del tempo. Neanche il bene e il male sono immutabili. Ma noi, intrisi di nobile etica e discutibile morale, di giudizio e di pre-giudizio, quanto siamo disposti a concepire che inferno e paradiso sono entrambi dentro ognuno di noi? Dentro di noi, dentro di me, dentro la persona che più amo al mondo.

Montanari e Guanciale recitano: “La crudeltà è un atto di condivisione. – Sì? – Eh sì, pensi a tutti i più grandi genocidi di massa, eventi folli, che hanno però addirittura creato aggregazione”.

Quanto siamo disposti ad accettare che Hitler, Stalin e i loro accoliti erano esseri umani? Esseri umani portatori di idee condivise. E uno di quegli esseri umani potevo essere io.
Quanto è più facile vedere il mostro nell’altro da sé? Nell’altro. Perché…io non potrei mai.

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Facile dire: io lo farei certamente! Ma mi sono mai trovato in quella situazione?
Oggi che tutti giudicano sui social dopo aver letto solo il titolo di un articolo, che molti si permettono il linciaggio mediatico di sconosciuti, quanta voglia abbiamo di accettare che sul quel palco, nel testo di Davide Sacco, ci siamo noi? Quanto siamo disposti a entrare nella nostra caverna per sentire Darth Vader dire “Io sono tuo padre”?

“L’uomo più crudele del mondo” ci sbatte in faccia quel “conosci te stesso” che accoglieva il viandante all’ingresso del tempio di Apollo, che ricordava sì, all’uomo, di riconoscere i suoi limiti, le sue fragilità, ma anche il suo lato oscuro. Guarda chi realmente sei.

Francesco Montanari e Lino Guanciale mettono a nudo la menzogna, l’ipocrisia, fanno teatro spingendoci a vedere quello che potenzialmente siamo. Esasperando tragedie personali, catastrofi ed esaltazioni, portano in scena la più gigantesca delle tragedie: la vita.E lo fanno con un ritmo inarrestabile, con un susseguirsi serrato di battute come:

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“Vede, io e lei siamo astronauti nell’universo inconfessabile e morboso che abita l’uomo”.

“Dio, ma perché facciamo così schifo? – Che vuole siamo uomini è normale”.

“Non faccio queste cose! Non penso queste cose. – Le pensa eccome, solo che non le fa perché ha paura di essere giudicato”.

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Giudicato. Il giudizio è dei tribunali, il giudizio è di dio. Milioni di credenti attendono il giudizio universale. Anche quella che chiamiamo etica, nella maggior parte dei casi, è meschina conformazione al giudizio altrui. Non siamo etici, abbiamo solo paura di essere giudicati.
Ne “L’uomo più crudele del mondo” vediamo il realizzarsi di una felice congiuntura: se un testo non vive senza bravi attori, due bravi attori hanno bisogno di un buon testo per esprimersi al meglio. Lino Guanciale, Francesco Montanari e Davide Sacco sono riusciti a creare questa magia.

Lino Guanciale è un bravissimo attore che abbiamo imparato ad amare nelle fiction. Ma amare Guanciale nelle fiction è come essere felici di vedere un leone al circo. Sono le tavole del palcoscenico la sua savana. È qui che libera la sua crudeltà, la sua energia.

Francesco Montanari oscilla continuamente tra note alte e basse, trascinando con sé lo spettatore in un vortice di paura, esaltazione, disgusto, mediocrità, avidità, pudore, pavidità. Senza i filtri della macchina da presa, lì, davanti agli occhi di chi cerca di capire chi sia l’uomo più crudele del mondo, fa vivere angoscia, senso di colpa, vittoria, terrore, delirio.

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Montanari e Guanciale, insieme, tirano fuori quella crudeltà latente che sembra nascere dalla libertà. Sprigionano forze, liberano possibilità e se, come da un vaso di Pandora, le forze che escono sono oscure, è perché appartengono alla vita. Nascita e morte, luce e ombra, bene e male. Perché la vita non è etica. Semplicemente è.

Montanari e Guanciale, insieme, creano quell’alchimia che ci mette in contatto con le nostre angosce profonde, ci chiudono nella stanza dei nostri istinti, ci illudono di trovarci in una situazione unica e irripetibile frutto delle circostanze. Ci fanno credere che siamo in balia di un agente esterno avverso. Creano per noi uno spettacolo abietto e biecamente spaventoso. Immorale.

Ambiente cupo, luci insufficienti, porta chiusa. So che è chiusa perché mi viene detto. E se casualmente scopro che è aperta? Cosa accade se non posso più dare la colpa a un altro? Se non sono in trappola ma libero. Quanto vale la mia libertà? Quanto vale la mia felicità? Qual è il mio prezzo? Chi è l’uomo più crudele del mondo? E se fossi io? E se fossi giustificato ad esserlo?

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Scenografia ben studiata, giustamente claustrofobica, ma che, a causa dell’eccessiva profondità e della voluta scarsezza di luce, rende meno visibili i due attori man mano che si allontanano dal boccascena.

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