Il referendum costituzionale resta uno strumento decisivo

58-59% circa l’affluenza definitiva. Pur non determinante sul piano formale, si conferma elemento chiave per comprendere gli orientamenti dell’elettorato e il clima politico del Paese.

Il referendum costituzionale resta uno strumento decisivo
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Marcello Cecconi Modifica articolo

23 Marzo 2026 - 15.09 Culture


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Dei 51.424.729 elettori, di cui 5.477.619 residenti all’estero, alla fine della due giorni referendaria si sono recati alle urne il 58-59% circa. Questo il dato certo e in attesa dell’imminente risultato finale sta comunque vincendo la democrazia. Di fronte a una tendenza che stava sempre più affossando il ruolo del voto nel nostro Paese, si ha l’impressione che quando si è chiamati alle urne per esprimere pareri su cose importanti, la nostra Costituzione in questo caso, la partecipazione torna a prendere il suo pieno valore.

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Nel dibattito pubblico italiano il referendum costituzionale resta uno strumento raro ma decisivo: un passaggio in cui il corpo elettorale è chiamato a pronunciarsi direttamente su modifiche alla Carta, quando il Parlamento non ha raggiunto la maggioranza qualificata prevista dall’articolo 138. Nella storia repubblicana, tutti e quattro i referendum confermativi si sono concentrati nel nuovo millennio, delineando una traiettoria politica e istituzionale che intreccia riforme ambiziose, partecipazione variabile e spesso esiti sorprendenti.

A differenza dei referendum abrogativi, quelli costituzionali non prevedono quorum e la validità del voto non dipende dal numero dei partecipanti, ma esclusivamente dalla prevalenza dei sì o dei no. Eppure, l’affluenza ha sempre inciso profondamente sull’esito finale, trasformandosi di fatto in un indicatore politico oltre che civico. Più che una semplice consultazione, ogni referendum ha finito per assumere il valore di un giudizio sull’operato del governo proponente.

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Il primo banco di prova si ebbe il 7 ottobre 2001, con la riforma del Titolo V della Costituzione promossa dal centrosinistra. Il testo ridefiniva il rapporto tra Stato e Regioni, ampliando le competenze di queste ultime in un’ottica di decentramento. L’affluenza si fermò al 34,05%, ma il sì prevalse con il 64,21%, segnando una svolta nel regionalismo italiano. Nel giugno 2006 ci fu un progetto di segno opposto, promosso dal centrodestra. La riforma puntava a rafforzare ulteriormente le autonomie locali e introduceva elementi come il Senato federale. In questo caso, però, la partecipazione salì sensibilmente fino al 53,8% e il responso fu netto: il 61,29% degli elettori bocciò la revisione, evidenziando una maggiore mobilitazione e una diffidenza diffusa verso cambiamenti percepiti come troppo radicali.

Dieci anni dopo, il 4 dicembre 2016, fu l’occasione della massima politicizzazione dello strumento. La riforma proposta dal governo guidato da Matteo Renzi non si limitava al rapporto Stato-Regioni, ma interveniva anche sull’assetto parlamentare, superando il bicameralismo perfetto. L’affluenza raggiunse il 65,48% e il no vinse con il 59,12%. Il voto assunse un significato che andava oltre il merito della riforma, configurandosi come un vero e proprio referendum sull’esecutivo. L’ultimo, nel settembre 2020, durante la pandemia, con al centro il taglio del numero dei parlamentari, una misura simbolicamente forte e sostenuta in modo trasversale. Nonostante la riforma avesse già ottenuto in Parlamento una larga maggioranza, si scelse comunque la via del voto popolare. Il sì prevalse con il 69,9%, mentre l’affluenza si attestò al 53,84%, confermando una partecipazione significativa anche in condizioni eccezionali.

Questi quattro precedenti restituiscono un quadro articolato dove i referendum costituzionali in Italia non sono mai stati meri passaggi tecnici, ma momenti di confronto politico profondo, spesso segnati da dinamiche che travalicano il contenuto delle riforme.

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