Sanremo all’insegna della restaurazione del Decoro. Dove è finito il coraggio di osare? | Giornale dello Spettacolo
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Sanremo all’insegna della restaurazione del Decoro. Dove è finito il coraggio di osare?

Lontani i tempi degli outfit-manifesto l'Ariston vive oggi una fase di stagnazione.

Sanremo all’insegna della restaurazione del Decoro. Dove è finito il coraggio di osare?
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26 Febbraio 2026 - 17.15 Culture


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di Christopher Catania

La seconda serata del festival di Sanremo non spicca certo per “stravaganze” o colpi di scena, anzi tutto il contrario. La piattezza di queste serate è molto evidente dagli ascolti in calo, dagli ospiti in scena e soprattutto dagli outfit che vediamo. Questi, infatti, non spiccano né per personalità né per impatto visivo. Negli anni precedenti eravamo abituati a colpi di scena tra look teatrali e performance spettacolari, ma quest’anno, almeno finora, non è stato così. Quando alla conduzione di Sanremo c’era Amadeus il festival era all’insegna delle polemiche ”nel bene o nel male, purché se parli”, ma che dava uno scopo, invogliando a seguire tutte le serate incollati agli schermi senza sapere che cosa ti aspettasse. Dove sono i look che favoriscono l’appartenenza e la partecipazione a questo festival?

Abbiamo una certa nostalgia degli outfit rock dei Maneski o di Rosa Chemical, che gridava allo scandalo per la sua personalità libera e per il suo stile totalmente gender fluid fatto di gonne in pelle, smokey eyes nero. E come dimenticare il bacio con Fedez? Oppure ancora Achille Lauro che indossava una cappa di velluto nero con ricami oro, sotto la quale era vestito da un body di strass color carne. Se vogliamo fare un confronto tra i look di Lauro degli anni precedenti con quelli di ieri sera troviamo una netta differenza, infatti l’unica cosa di cui possiamo commentare era il “candido Lauro” che indossa un abito firmato Dolce&Gabbana bianco. Elodie con quello stile da diva dark e sensualità che infiammava ogni sua esibizione.

 Tutti questi look che davano un senso al festival hanno lasciato posto a uno stile sobrio e poco ricercato, se non fosse per la pomposità di Elettra Lamborghini e i look alquanto discutibili di Dargen D’Amico, che ha sfoggiato un pattern parquet difficile da commentare. C’è una sensazione di “reazione uguale e contraria” nell’aria: dopo anni di massimalismo, provocazione e rottura degli schemi, il Festival sembra essersi rifugiato in una comfort zone estetica che sa di restaurazione (non tanto positiva).

Sanremo di quest’anno sembra aver barattato il “frisson” dello scandalo con la rassicurante staticità del decoro. Se le edizioni targate Amadeus avevano trasformato il palco dell’Ariston in un laboratorio di fluidità e attivismo dove l’abito non era solo stoffa, ma un manifesto politico e identitario, l’attuale direzione sembra perdere la sua funzione di specchio della società contemporanea, trasformandosi in una rassegna canora patinata ma priva di anima.

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