di Lorenzo Lazzeri
Nel maggio del 1997 una sala di New York si fece silenziosa. Garry Kasparov sedette davanti a un avversario senza volto e perse. Sei partite, tre patte, due vittorie per la macchina, una per l’uomo. Una di quelle si incrinò su una mossa che pareva priva di senso: sacrificio di torre in una posizione di svantaggio che il calcolo e l’intuito umano dava già per persa. Kasparov si arrestò, avvertì un ordine diverso, una logica profonda che non riuscì a tradurre. In quel momento il campione lasciò sul tavolo più di un punto e alcune sue certezze di fransero. Dopo l’ultima stretta di mano virtuale la macchina venne smontata in fretta, senza possibilità di rivincita. Il vuoto lasciato da quel fatto fece crescere sospetti, ipotesi, racconti paralleli, ma un seme nella mente di Kasparov era già stato piantato.
L’effetto scavò. L’idea che una macchina avesse rinunciato a una patta per qualcosa di più, come se avesse intuito un vantaggio invisibile, aprì una ferita. L’uomo proiettò intenzioni dove non ve n’erano. Deep Blue restava ciò che era: algoritmi di ricerca, valutazioni, potature aggressive dell’albero delle mosse, duecento milioni di posizioni calcolate al secondo. Nessuna comprensione del gioco o memoria di partite passate. Solo un codice scritto da programmatori, alimentato da archivi di grandi maestri e una potenza di calcolo rigida, glaciale, efficace solo perché capace di vedere più lontano.
Il trauma di Kasparov però si risolse, dalle accuse di scorrettezza la sua mente elaborò la sconfitta e scivolò verso una posizione opposta, più nitida. Accettò la sconfitta come segnale storico. Ne nacque un libro, “Deep thinking. Dove finisce l’intelligenza artificiale, comincia la creatività umana” e una sua legge destinata a divenire un mantra: “Un operatore umano mediocre, supportato da una macchina standard e guidato da un processo di interazione superiore, può sconfiggere non solo una macchina potentissima operante da sola, ma anche un grande maestro umano supportato da una macchina superiore ma ostacolato da un processo di collaborazione inefficiente”. Il vantaggio futuro, disse allora, abita il flusso di lavoro, non la sola potenza di calcolo.
Vent’anni dopo il tavolo cambiò nuovamente. Nel 2017 comparve AlphaZero. Niente librerie o teorie codificate, solo regole elementari e milioni di partite giocate contro sé stesso. In poche ore la macchina apprese ciò che l’umanità aveva compreso in secoli. Le reti neurali sostituirono l’esplorazione esaustiva. Ottantamila posizioni al secondo bastarono. Kasparov ne parlò con stupore, quasi fosse una rivelazione mistica, scrivendo sulle pagine di Science. Descrisse uno stile che sembrava avvicinarsi alla verità del gioco, all’eleganza e all’armonia, ben lontano dal martellante cieco gioco del predecessore.
Gli scacchi, in quel momento, smisero di essere un recinto destinato ad aprirsi e divenire laboratorio aperto al linguaggio con l’evoluzione dei Transformers che hanno spostato l’attenzione verso la generazione, la comprensione, la sintesi. Kasparov accolse l’onda con lo stesso favore riservato ai motori scacchistici. Si definì il primo lavoratore della conoscenza minacciato da una macchina. Di recente ha ripetuto che la corsa, comunque, non procede troppo in fretta, anzi arranca rispetto ai problemi globali. L’intelligenza aumentata, per lui, equivale a un’assistenza che solleva da routine spesso noiose e restituisce tempo alla creatività.
Il pensiero attuale rifiuta scenari apocalittici insiti per molti nell’AGI, l’intelligenza artificiale generale. Questa non appare come un sostituto dell’uomo, piuttosto come una lente che migliora la vista senza rimpiazzare l’occhio. Le macchine non possiedono scopo, passione, intenzionalità, quelle restano qualità umane. Da qui l’idea dei “pastori”: guidare sistemi potenti verso fini degni. Per Kasparov la paura dei robot assassini è un qualcosa di laterale. Il male, sostiene, appartiene all’uomo. La responsabilità resta nelle mani di chi costruisce e usa un mezzo.
