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Il “cane da guardia” americano in crisi: il problema è il padrone?

Tagli alla redazione, crisi del modello digitale e sfiducia dei lettori stanno modificando nettamente il destino editoriale del Washington Post. La gestione del proprietario Jeff Bezos appare oggi confusa e priva di visioni lungimiranti: sono infatti molti a domandarsi perché non abbia deciso di mettere in vendita il quotidiano.

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21 Febbraio 2026 - 17.18 Culture


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di Giada Zona

È il giornale che fece cadere Richard Nixon con l’inchiesta Watergate e che pubblicò i Pentagon Papers sul Vietnam, vicende poi trasposte in celebri pellicole cinematografiche, a vivere oggi una delle stagioni più complesse della sua storia recente. Simbolo del giornalismo d’inchiesta globale e del controllo critico del potere politico, il Washington Post è travolto da una crisi finanziaria e editoriale che pone seri interrogativi sul suo proprietario, nonché fondatore di Amazon, Jeff Bezos, e sul futuro stesso della testata.

All’inizio Jeff Bezos, che acquistò il giornale nel lontano 2013, investì ingenti capitali che portarono risultati positivi e trasformarono il giornale in un concorrente non solo tra le testate statunitensi di successo, ma capace di misurarsi anche con il New York Times. Oggi, invece, fatica a comprendere come gestire le pubblicazioni online e ottenere profitti dal mondo; sul versante opposto si colloca il New York Times, che nel 2025 ha visto un aumento di 1,4 milioni di abbonamenti digitali . Sono infatti molti a domandarsi perché Bezos non abbia considerato la vendita del quotidiano.

Il recente licenziamento di circa un terzo dei giornalisti sta sollevando diverse polemiche. In risposta diversi di loro, supportati dai lettori, il 5 febbraio si sono radunati davanti la sede del quotidiano per prendere parte ad una manifestazione organizzata dai principali sindacati della stampa, mentre quello interno ha dato il via ad una raccolta fondi su GoFundMe per aiutare i giornalisti licenziati e i collaboratori esclusi dalle tutele contrattuali. In questo contesto, la chiusura delle sezioni dedicate ai libri e allo sport e del podcast quotidiano Post Reports, a cui si aggiunge la riduzione delle aree dedicate agli esteri e alla cronaca locale, segna la fine di un’offerta informativa del tutto peculiare e identitaria del Washington Post.

Il punto di rottura più significativo per i suoi lettori è però avvenuto nel 2024, quando la testata ha vietato l’endorsement per la corsa alla Casa Bianca, nello specifico per Kamala Harris. Un atto interpretato da molti come una sottomissione politica, un calcolo di Bezos per proteggere i propri interessi anche industriali. Bezos aveva anche promesso di non compromettere la tradizione del Washington Post e che non avrebbe interferito nella produzione quotidiana: oggi, tredici anni dopo, quella promessa appare quantomeno ridefinita.

Siamo infatti di fronte ad una fase critica del quotidiano dovuta a plurimi fattori: alla nuova direzione pro-Trump, che ha portato alla fuga di diversi lettori; al settore dei media, che ha visto una riduzione della pubblicità; agli algoritmi, che hanno ridotto la visibilità delle notizie e all’intelligenza artificiale, che fornisce sintesi e risposte senza necessariamente riportare agli articoli originari, riducendo il potere dei motori di ricerca che riportavano l’attenzione degli utenti alle testate tradizionali. 

“Scriveremo ogni giorno a sostegno e in difesa di due principi fondamentali: le libertà personali e il libero mercato”: sono queste le recenti dichiarazioni di Bezos. Le sue ideologie hanno modificato la sezione dedicata alle opinioni del giornale e, più di tutto, il posizionamento generale della testata. Capitale economico e simbolico coincidono nella stessa figura ed è in questa tensione che si gioca il futuro del quotidiano.

Bezos ha anche finanziato la cerimonia di insediamento di Trump e ne è stato ospite d’onore. Cosa aspettarsi da uno degli uomini più ricchi del mondo così vicino al presidente? Le recenti dichiarazioni di Bezos a favore delle “libertà personali e di mercato” segnano una rottura con il passato. È su questo che il giornale deve lavorare, che oggi si trova davanti alla sfida di recuperare la sua tradizione, quella di “cane da guardia”, dimostrandosi capace di mantenere una distanza critica dal potere in un contesto dove economia, politica e tecnologia si intrecciano.

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