In sala seduto ai tavoli, più night che teatro, il pubblico è intento a bersi un Campari in attesa dell’aristocratica cena. I pochi cronisti, taccuini in mano, possono sfoggiare le prime penne a sfera Bic, le Cristal, da poco uscite in Francia. Siamo a fine gennaio del 1951 e nessuno di loro può immaginare che quella “tre giorni di canzonette” sarà destinata a diventare il Festival di Sanremo, un prodotto culturale capace di attraversare settantacinque anni di storia italiana, evolvendosi nella forma e nella funzione.
Nel 1951 non esistono televisione, piattaforme social, streaming o classifiche virali. Esiste però la radio, la vera protagonista di questa storia. C’è una sola radio pubblica, rituale, con tre canali, l’ultimo dei quali nato da poco: Rete Rossa, Rete Azzurra, Terzo programma. La radio, il media da ascoltare in silenzio o in compagnia dei vicini meno fortunati, nei tinelli di quelle case dove quell’o strumento ‘aggeggio ingombrante e frusciante era arrivato. Quella sera a Sanremo c’era la Rete Rossa a trasformare in un palcoscenico nazionale quella sala liberty della Riviera dei Fiori. Sanremo nasce così, un evento musicale, progettato per l‘ascolto e non per la visione.
Il Casinò di Sanremo, salvato dai bombardamenti e affidato all’Ata di Pier Bussetti, fino a poco prima ospitava Pirandello, d’Annunzio, De Filippo, Dapporto. Nel 1951 sceglie invece di “abbassare” il registro e di scommettere sulla melodia popolare. Gesto di coraggio e lungimiranza in un momento in cui la canzone italiana è un campo di battaglia culturale.
Bussetti, da visionario, intuisce che la canzone può diventare l’accompagnamento della ricostruzione nazionale. Un rito collettivo e identitario collante in una società divisa fortemente da classi sociali e ideali politici. Non a caso l’idea nasce parlando con un fioraio, Amilcare Rambaldi, e prende forma grazie a un uomo di radio come Angelo Nizza. Una filiera artigiana della cultura che sarebbe sempre più cresciuta prima di essere inglobata dall’industria culturale.
La presenza della Rai consiglia di andare sul sicuro. La casa musicale Cetra, l’orchestra di Cinico Angelini e tre interpreti affidabili: Nilla Pizza, Achille Togliani e le due gemelle Secondina e Terzina Fasano. È una scelta conservativa che dice molto dell’Italia del tempo in lenta ricostruzione culturale. Nessuno strappo profondo: occhio rivolto più verso il melodramma che allo swing. Sarà anche questo atteggiamento di prudenza che renderà Sanremo solido. La radio, a differenza della frammentazione dei social odierni, unifica. Tutti ascoltano le stesse canzoni, alla stessa ora, con le stesse voci. Non c’è commento in tempo reale, non c’è meme, nessuna polarizzazione ma il rito di un’esperienza contemporanea condivisa.
Quando Nilla Pizzi canta Grazie dei fiori, accompagnata dal violino struggente di Angelini è come se desse voce a un’Italia che vuole rassicurazione rimettendo a posto le proprie emotività da troppo tempo disordinate. Si guarda indietro, non avanti, e proprio per questo funziona. Eppure, allo stesso tempo, il cinema aveva proposto da poco Silvana Mangano che ballava il boogie-woogie in Riso Amaro: due Italie che convivono, una ufficiale e una più sotterranea. Sanremo, in quel 1951, sceglie la prima. Ma il Festival diventerà interessante proprio perché, negli anni, dovrà continuamente negoziare questo conflitto tra tradizione e contaminazione, tra identità e apertura.
Quella prima edizione è un evento elitario, quasi distratto, più attento al menu che alle canzoni. Nasce il paradosso che farà affascinante Sanremo con il festival che ha origini aristocratiche ma impara a diventare popolare. Anno dopo anno, voce dopo voce, polemica dopo polemica. E pensare che tutto questo è cominciato senza telecamere, senza like, senza algoritmi. Solo con una radio accesa, un’orchestra disciplinata e una canzone che diceva “grazie”.
