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Il ritorno del 2016, nostalgia o fuga collettiva?

L’ondata nostalgica che attraversa i social non è solo una moda estetica: riflette trasformazioni profonde nel rapporto con la tecnologia, l’identità digitale e l’iper-perfezione dei contenuti online.

Il ritorno del 2016, nostalgia o fuga collettiva?
Fonte: Agi.it
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18 Gennaio 2026 - 20.08 Culture


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Da qualche giorno, aprendo i social, si ha la sensazione di essere finiti in un curioso ritorno al futuro. I feed sono dominati da cocker in velluto, sopracciglia nettamente definite, rossetti opachi nelle tonalità del malva e del marrone. È ufficiale: il 2016 è il nuovo 2026.

Dopo anni trascorsi tra routine di skincare in sei passaggi, ossessioni per la produttività e contenuti generati dall’intelligenza artificiale così perfetti da rendere difficile distinguere il vero dal falso, creators e utenti sembrano riscoprire il fascino di quello che viene definito “l’ultimo vero grande anno”. Sui social proliferano video nostalgici che evocano l’estate del 2016 come “l’ultima estate felice dell’umanità”, spesso accompagnati dalle note di Closer dei The Chainsmokers, diventata di fatto la colonna sonora ufficiale dei contenuti throwback.

Ma non sono solo i Chainsmokers a tornare in vetta alle piattaforme di streaming. Anche Rihanna e Justin Bieber registrano un nuovo picco di ascolti: Work domina i trend di ballo, mentre Love Yourself accompagna i video più emotivi e malinconici, caricandoli di un pathos che guarda apertamente al passato.

Il potere del web si riflette anche nel mercato. Alcune case di moda e brand sportivi, come Nike e Adidas, hanno registrato in pochi giorni una crescita nelle vendite di modelli iconici come Superstar e Stan Smith. Accessori che sembravano destinati all’oblio trovano oggi una nuova centralità grazie alla spinta dei trend nostalgici.

Persino Pokémon Go riemerge come simbolo di equilibrio: l’ultimo momento in cui la tecnologia sembrava capace di portare le persone fuori di casa, invece di isolarle dietro uno schermo.

Secondo alcuni osservatori, alla base dell’esplosione del trend ci sarebbe una motivazione sociologica. Nel 2026 i contenuti digitali appaiono sempre più levigati e irraggiungibili, al punto da glorificare canoni estetici e narrativi difficilmente replicabili. Il 2016 viene così percepito come un ritorno al “vero”: un’epoca in cui i filtri non erano professionali e le immagini venivano condivise per dire semplicemente “sono qui, sono io”.

Eppure, non è tutto oro ciò che luccica. In un articolo pubblicato su Vogue, Francesca Faccani osserva come questa ondata nostalgica possa rivelare un bisogno collettivo di allontanarsi dalla realtà presente, cercando conforto in un passato idealizzato.

Un’esigenza comprensibile, se si considera che il 2026 non sembra essere iniziato sotto i migliori auspici: notizie negative e incertezze globali affollano la quotidianità, alimentando il desiderio di evasione anche attraverso la memoria.

Da queste due prospettive nasce la riflessione centrale: è davvero salutare rifugiarsi nel passato e romanticizzarlo, o sarebbe più utile imparare a convivere con la nuova realtà mediatica e con le tecnologie dell’intelligenza artificiale, come suggerisce Vogue?

Forse, come spesso accade, la verità sta nel mezzo. Recuperare lentezza, accettare l’imperfezione e ricercare un sé più autentico può essere un antidoto alla saturazione digitale. Ma senza distaccarsi dal presente: restare lucidi e presenti, mentre la tecnologia continua a evolversi, rimane una necessità culturale, prima ancora che individuale.

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