Gianni Fiorito, l’arte di raccontare con l’obiettivo tra cinema e cronaca | Giornale dello Spettacolo
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Gianni Fiorito, l’arte di raccontare con l’obiettivo tra cinema e cronaca

Da oltre due decenni lavora al fianco dei più grandi registi. Interpreta la macchina da presa e il territorio italiano attraverso immagini che raccontano il cinema e il suo dietro le quinte.

Gianni Fiorito, l’arte di raccontare con l’obiettivo tra cinema e cronaca
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3 Gennaio 2026 - 18.03 Culture


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Fotografo professionista classe 1959, Gianni Fiorito spazia la sua carriera tra foto di scena e fotoreporter. Da oltre vent’anni al fianco del regista Paolo Sorrentino, testimone di storie attraverso il suo obbiettivo. La sua lunga e strepitosa carriera è raccontata in un libro con le sue riflessioni, frutto di un confronto con tre critici cinematografici: Amando Andria, Alessia Brandoni e Fabrizio Croce, ponendo a Gianni Fiorito una serie di domande sulla fotografia e sulla sua evoluzione e soprattutto il ruolo che ha all’interno del cinema e nel giornalismo.

Fiorito vanta la collaborazione in 79 film con registi come Terrence Malick, John Turturro, e Abel Ferrara, oltre a Sorrentino, e 16 libri pubblicati. È anche autore di numerose mostre personali e collettive.

L’approccio di Fiorito al cinema è molto chiaro e diretto: il fotografo di scena deve essere impercettibile. Non deve invadere lo spazio di lavoro del regista, degli attori e di tutti i lavoratori che operano, non deve mai disturbare il flusso delle riprese. La sua figura, infatti si mette sempre al servizio del regista, come un ospite in casa di qualcuno: “Sul set il fotografo deve essere nella testa del regista”. Ogni scatto deve essere pensato, ricercato e soprattutto deve essere in grado di rappresentare il film. Non si limita a raccontare una scena, il suo obbiettivo è catturare il lavoro dietro le quinte, e la territorialità della scena, l’ambiente che deve sempre essere parte integrante della foto.

Gianni Fiorito ha iniziato la sua carriera in un’epoca in cui la fotografia era un processo lungo e complesso, per trasmettere uno scatto si utilizzava la telefoto, poco dopo è arrivato il computer: sette minuti per una foto in bianco e nero, e ventiquattro per il colore. Un fotografo di cronaca portava con sé un peluche, pronto ad essere posizionato vicino ai rottami in caso di incidente stradale con bambini, per enfatizzare il dramma della situazione. Era una fotografia che non mistificava la realtà, ma la esaltava per enfatizzarla.

Oggi la tecnologia consente di creare una finta realtà da quella vera, ma Fiorito rimane ancorato a un principio fondamentale: .l’etica del fotografo. “Dietro ogni foto deve esserci una testa, un pensiero, un’idea” sostiene l’artista. Nel corso della sua carriera ha documentato realtà difficili e dolorose, manicomi, terremoti, camorra, all’ insegna dell’etica e nel rispetto delle 5 “w” del giornalismo. Se i selfie sembrano essere diventati il modo in cui molti si raccontano al mondo, per Gianni Fiorito è spesso un modo per “evitare di accertarsi, evitare la differenza”.

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