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Crans-Montana: un dramma che fa crollare il mito della perfezione

L’esplosione e l’incendio del locale ‘per giovani’ Le Costellation nel Cantone Vallese induce a serie riflessioni

Crans-Montana: un dramma che fa crollare il mito della perfezione
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Marcello Cecconi Modifica articolo

2 Gennaio 2026 - 12.23 Culture


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Ci sono luoghi che, più di altri, diventano simboli. Crans-Montana, oggi, è uno di questi. È quella località elegante, ordinata, internazionale, vetrina di una Svizzera che ama raccontarsi come modello universale di efficienza, stabilità e sicurezza. La nazione dove tutto funziona, dove i treni arrivano in orario, dove la precisione è diventata proverbio. Eppure, proprio questi luoghi così rassicuranti ci pongono una domanda scomoda: quanto è solida, oggi, l’idea di sicurezza nei paesi che si credono al riparo da tutto?

La domanda emerge dalla tragedia di Capodanno causata dall’incendio e dall’esplosione all’interno del locale Le Costellation della cittadina vallese affollata di turisti. Tutto è avvenuto al piano interrato del locale, con accesso complicato e con vie di fuga carenti, colmo di giovanissimi che festeggiavano l’arrivo del 2026. Il bilancio: 47 le vittime e 112 i feriti di cui 5 in condizioni gravissime.

L’impressione che se ne coglie è che nel cuore dell’Europa del 2026, in una federazione moderna, ricchissima, tecnologicamente avanzata, l’idea stessa di pericolo non sembra più riguardarla. La Svizzera ha costruito nel tempo un’identità fondata sulla neutralità, sulla distanza dai conflitti, su una pace che pare naturale, quasi come se fosse un’eredità indiscutibile. Ma la neutralità militare non è sinonimo di invulnerabilità civile. E la ricchezza, da sola, non garantisce protezione.

Negli ultimi anni l’Europa ha imparato dolorosamente che i luoghi della socialità sono anche i più fragili: bar, locali notturni, sale concerto, mercatini, stazioni. Spazi pensati per la leggerezza, per l’incontro, per la vita. Ed è proprio lì che la sicurezza viene talvolta considerata un fastidio, un eccesso, qualcosa che “rovina l’atmosfera”. Una convinzione diffusa soprattutto nei paesi che si percepiscono come immuni dal caos del mondo.

La Svizzera è il terzo paese al mondo per Pil pro capite, circa 90.000 dollari annui contro i circa 60.000 dell’Italia. Numeri che raccontano una prosperità straordinaria ma che fanno emergere una contraddizione: l’investimento in sicurezza (non solo come difesa militare) preventiva nella gestione e controllo dei rischi negli spazi pubblici non sempre è all’altezza delle aspettative che la stessa Svizzera genera.

L’aurea dell’ereditaria neutralità rischia di diventare un alibi culturale: “qui certe cose non succedono”. È una frase che molte società europee si sono ripetute, prima di doverla smentire. La sicurezza non è una questione di guerra o di pace, ma di responsabilità quotidiana. Non riguarda i carri armati, ma le uscite di emergenza; non le alleanze internazionali, ma i controlli, la formazione del personale, la gestione delle folle, la prevenzione dei rischi.

Crans-Montana, in questo senso, non è un’accusa ma uno specchio. Rappresenta la faccia luminosa di un’Europa benestante che però fatica a guardare la propria ombra riflessa. Quella di una libertà economico-finanziaria esagerata, talvolta più tutelata della sicurezza collettiva. Quella di una superiorità percepita che rende più difficile ammettere gli errori e che si riflette nelle immagini delle conferenze stampa, viste in tv in queste ultime ore, partecipate dalle facce incredule delle autorità vallesi.

Forse è arrivato il momento che anche il paese dell’apparente serenità abbassi lo sguardo, non per vergogna ma per guardare dritto alla realtà. Che metta da parte l’autocompiacimento e riconosca che la sicurezza non è mai definitiva, non è mai garantita, non è mai “automatica”, nemmeno dove gli orologi funzionano alla perfezione.

Rimboccarsi le maniche per pianificare prevenzione. L’obiettivo dovrebbe essere non limitare la libertà, ma proteggerla nei luoghi dove la vita che si svolge non diventi morte. E anche perché nessun simbolo di perfezione debba un giorno trasformarsi, davvero, in un nome da ricordare per una tragedia evitabile.

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