di Arianna Scarselli
La Siria, così vicina e così lontana per i media italiani ed europei. Eppure, questo Paese, è una terra che si affaccia sul Mediterraneo e ricorda un po’ alcune aree della penisola italica, dove le montagne incontrano il mare. Quelle siriane sono montagne selvagge e aspre, inospitali. La fascia montuosa e costiera, in particolare, è terra della minoranza alawita, una minoranza perseguitata tante volte nel corso della storia, ma della quale si sente poco parlare.
Negli ultimi decenni si è parlato degli alawiti esclusivamente in relazione al dittatore e leader siriano Bashar al-Assad (alawita), figlio del precedente capo di governo Hafiz al-Asad che diresse il colpo di stato nel 1970. Questo ha portato a una narrazione molto spesso distorta e poco approfondita di quello che effettivamente stava succedendo in Siria.
Con la salita a potere di Assad, un alawita, si potrebbe facilmente pensare che le condizioni di vita di tutta la popolazione siano migliorate, invece, proprio tra le varie strategie per controllare il Paese, il dittatore ha fatto di tutto per mantenere in uno stato di povertà assoluta la maggioranza degli alawiti, così da forzare i giovani uomini a arruolarsi in cambio di uno stipendio statale con cui a malapena si potevano comprare il pane.
Le complesse vicende che hanno avuto come protagonisti gli alawiti in Siria degli ultimi due secoli li avevano portati a stabilirsi in villaggi sperduti e isolati, lontano dalle città, dove si cresce con poco, dove le macchine sono un lusso che non è mai arrivato, dove non sai quando potrai lavarti e se il giorno dopo potrai ricaricare il computer e lavorare.
Naturalmente questa rischia di essere una generalizzazione: ci sono città altamente sviluppate, dove musulmani sunniti, musulmani alawiti e cristiani convivevano pacificamente, dove la guerra civile era un qualcosa di cui si avvertiva la presenza ma non si vedeva direttamente.
È bene infatti ricordare come la Siria fosse già sconquassata dalla guerra civile, conflitto scoppiato il 15 marzo 2011 con le proteste a Damasco e Aleppo contro l’autoritarismo di Assad. Ad oggi la caduta del dittatore non ha portato la tregua, anzi, forse ha portato una nuova follia.
L’8 dicembre 2024 le forze armate guidate da Ahmad al-Shara, nome di battaglia di Abu Muhammad al-Jolani, hanno costretto alla fuga l’ex presidente e hanno ottenuto il controllo della quasi totalità del territorio siriano. Ma chi è al-Jolani? Ex capo di al Nusra, gruppo armato jihadista afferente a Al-Qaida da cui successivamente il neo Presidente si era allontanato per fondare il gruppo armato Hayat Tahrir al-Sham (HTS, Orgaizzazione per la liberazione del Levante), le milizie che a fine dello scorso anno hanno guidato la conquista del Paese. A gennaio Al-Jolani è stato eletto presidente ad interim della Siria tanto che diversi capi di Stato, fra cui lo stesso Ministro italiano degli Esteri Tajani, si sono recati a Damasco per incontrarlo.
E così, in soli tre mesi, un jiadista ricercato dall’Inte livello internazionale è diventato un acclamato capo di Stato, e noi “Vogliamo essere ponte tra la nuova Siria e l’UE”, ha detto Tajani.
Ma qual è realmente la nuova Siria? Un Paese profondamente scisso dove ora la minoranza alawita è divenuta solo l’ultimo capro espiatorio.
Oggi gli alawiti sono considerati eretici, miscredenti, nonché colpevoli di aver sostenuto il regime di Assad.
Perciò, per decisioni politiche personali di quei pochi veramente fedeli al regime, ora un’intera minoranza sta subendo attacchi atroci.
Ronde a tappeto, perquisizioni, esecuzioni. Lo stesso nuovo ministro alla giustizia siriano, Shadi al-Waisi, è stato ripreso mentre uccideva una persona inginocchiata in mezzo alla strada, circondato da altre figure in abbigliamento tattico che filmavano la scena e lo incitavano.
Centinaia di persone sono già state brutalmente assassinate con la complicità del silenzio internazionale e tante di queste erano donne, bambini, lavoratori, persone che avevano una vita normale e conoscevano solo gli echi della guerra.
Entrano nelle case, raccolgono le persone, le fanno mettere in terra e urlano maiali, maiali e quando qualcuno rifiuta di grugnire e rotolarsi in terra viene ucciso, gli sparano o lo sgozzano. Poi si fermano, a volte dopo aver perquisito metà di una strada, e alcuni si salvano così, sopravvivere è solo un caso fortunato.
Corpi ammontinati ai lati delle strade, bambini con la gola tagliata nei vialetti delle case, ruspe che portano via altri cadaveri ammassati come fossero terriccio, come non fossero vite interrotte.
Chi è riuscito a fuggire prima dell’arrivo delle ronde lo ha fatto senza portare nulla con sé e ora è senza cibo, acqua, vestiti caldi. Adesso è impossibile lasciare il Paese perché i confini sono sorvegliati e intanto è iniziata la caccia anche verso chi era fuori dalla Siria al momento dello scoppio delle persecuzioni.
E mentre il governo si rifugia dietro a vuote promesse di indagare e chiarire gli eventi che hanno portato alla morte di centinaia di civili alawiti, le possibilità di ottenere giustizia si riducono sempre più.
Una macabra follia si è impossessata dei più, persone che fino a qualche settimana fa erano amiche, magari cresciute insieme o avevano studiato insieme, ora inneggiano alla morte degli alawiti, disumanizzandoli e depersonalizzandoli.
Se sei alawita in questo momento non hai un nome o una storia personale, sei solo un maiale che deve morire.
La cosa più atroce è come molte di queste barbarie sono state registrate e pubblicate, come fosse un vanto, come se sterminare un popolo fosse qualcosa di cui essere fieri. Ora hanno cessato di pubblicare i video delle esecuzioni, delle torture, dei soprusi ma ciò significa solo non sapere cosa sta succedendo, chi stanno uccidendo.
E mentre ci sono genitori che ritrovano i figli scomparsi nelle fosse comuni, il mondo tace.