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Guerra e identità: i due poli della memoria e della casa

I rischi di perdere il senso della propria e più intima dimensione in un contesto di invasione ed imposizione “nemica”. Perché si discute di "Domicidio".

Guerra e identità: i due poli della memoria e della casa
Domicidio
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18 Marzo 2024 - 14.43 Culture


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di Margherita Degani

Lo scorso giovedì, presso l’Aula Magna dell’Unistrasi (Università per Stranieri di Siena), si è tenuta l’inaugurazione della Cattedra Woolf ad opera della scrittrice internazionale Maaza Mengiste. L’invito era legato alla recente pubblicazione del suo romanzo storico – Il re Ombra – ambientato ai tempi della guerra in Etiopia e tradotto in Italia da Anna Nadotti per Einaudi. La riflessione dell’autrice, nata ad Addis Abeba e ormai residente a New York, travalica però la più diretta esperienza africana per estendersi a una condizione più generale. Qual è la più grande minaccia d’oggi? Perdersi. Perdere la sicurezza fisico-psicologica della propria casa e vedersi sottratta la memoria storico-culturale di fronte all’imposizione di narrazioni diverse, scelte dal più forte. In poche parole, il rischio è di smarrire – accanto a molte altre cose – anche una parte dell’identità, provocando una frattura insanabile nell’individuo.

Partendo da alcune foto appartenenti al suo archivio personale, Maaza sviluppa un pensiero strettamente legato al ricordo e dal suo valore formativo per la personalità. Spiega di essere cresciuta in un luogo dove gli abitanti non avevano diritto di possedere una propria memoria storica; lo sforzo dell’autorità era, invece, quello di spingere a scordare cosa significasse essere liberi. Da qui la necessità di riflettere su cosa implichi ricordare e, forse ancora di più, cosa voglia dire dimenticare.

Storia e memoria possono essere sfruttate e manipolate per mostrare e allo stesso tempo nascondere, perché ciò che ricordiamo e vediamo può non essere vero. Almeno non in quegli esatti termini. Così è possibile enfatizzare determinati aspetti, camuffarne altri; si può distorcere qualcosa oppure abbellirlo. Tutto può diventare propaganda a favore di una determinata versione dei fatti, prima che testimonianza di una realtà.

L’autrice, scivolando rapida tra le parole di una lettera che dedica al pubblico, crea poi un ponte con la situazione attuale di un mondo che sembra sull’orlo del tracollo. Menziona i tempi bui che tutti stiamo attraversando, affacciati su numerosi Stati in guerra tra loro. E, proprio grazie a questo nesso, è possibile affrontare un altro grande pericolo per la conservazione della stabilità e della dimensione psicologica, nonché individuale, degli esseri umani: la sottrazione violenta della casa.

Forse non è una caso, allora, fin dalle prime battute di questo 2024, si sia imposto nel dibattito culturale il tema del Domicidio.  Ricalcata dall’inglese domicide, la parola viene a formarsi partendo ovviamente dal latino domus (‘casa, abitazione’) e caedere, nel significato di “uccidere”. Anche se attestata fin dal lontano 2001 – anno di pubblicazione del saggio di Douglas Porteous e Sandra E. Smith dal titolo Domicide: The Global Destruction Of Home (McGill-Queen’s University Press)- è soprattutto a cavallo tra il 2023 ed il 2024 che assume sempre maggior rilievo, specie in relazione alle guerre di cui siamo stati e siamo testimoni. Si intente, pertanto, la distruzione in massa di abitazioni al fine da rendere il territorio inabitabile, evitando perfino di salvare infrastrutture fondamentali e residenziali. E’ inoltre altrettanto definibile come l’annichilimento fisico, psicologico e sociale di persone in assoluta difficoltà economica, causato dalla negazione del diritto all’abitazione. La situazione, in determinati casi, si è fatta grave al punto da aprire un vero e proprio dibattito all’interno delle Nazioni Unite, giunte a discutere della possibilità di classificarlo come un crimine contro l’umanità.

L’abitare, del resto, come spiega un ramo specifico degli studi psicologici (la Psicologia dell’Abitare, appunto), è un’esperienza individuale tanto quanto collettiva. Lo spazio abitato ha una connotazione strettamente culturale e porta con sé significati che fanno parte della storia dell’umanità. Pensiamo al salto compiuto dalla civiltà primitiva nel momento in cui diventa stanziale o alla tendenza insita alla specie umana di modificare l’ambiente che la circonda, adattandolo alle esigenze e traendone il maggior vantaggio possibile. La casa, con le sue “quattro mura”, sicuramente accoglie, ma anche difende e separa da quello che è il pericolo esterno; è un’entità porosa che permette di selezionare cosa può entrare e cosa deve rimanere fuori, facendosi guscio protettivo e spazio personale di conforto. Psicologicamente serve a trovare sicurezza e tutela, perché il nemico invisibile rimane al di fuori; non è infatti casuale che sia il luogo in cui si struttura la personalità del bambino, ovvero tutto ciò che riguarda le relazioni ed il senso di appartenenza del soggetto. Abitare significa fare esperienza della propria casa, lasciare che essa penetri nell’identità individuale attraverso un gioco di rispecchianti. Se, infatti, l’uomo modifica l’ambiente, è altrettanto vero che l’ambiente influenza a sua volta il soggetto, sviluppando un legame fatto di emozioni, relazioni, bisogni psichici, memorie.

La casa è dunque il nostro spazio e parla inevitabilmente di noi, insieme ci forma e ci rappresenta, racconta i nostri vissuti, le nostre narrazioni individuali e familiari, ci aiuta a conservare una dimensione storica personale e racchiude in sé ogni cosa (rituali, incontri, saluti e distacchi, festeggiamenti e tristezze). Il rapporto positivo con l’ambiente è, proprio per questo, un aspetto fondamentale nella formazione e preservazione dell’identità soggettiva degli uomini. Ecco allora che memoria (o ricordo), identità e casa (oppure ambiente, in senso più ampio) si intrecciano, chiudendo il cerchio del nostro articolo e riproducendo quel moto circolare che Maaza Mengiste attribuisce alla Storia, così come ai meccanismi psicologici individuali.

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