Malafemmena: intervista impossibile a Totò

Un racconto sulla storia della celebre canzone del principe De Curtis

Malafemmena: intervista impossibile a Totò
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15 Febbraio 2017 - 16.27


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di Giancarlo Governi Non potrò mai dimenticare il compleanno di Totò per quello che il Principe ha rappresentato nella mia vita professionale, ma anche perché un 15 febbraio di tanti anni dopo nacque anche Silvio, il mio secondo figlio, coautore e regista di tutti i miei programmi più belli. Voglio ricordare il Principe ai lettori di Globalist con una intervista-impossibile sul tema della dedica della sua celeberrima canzone “Malafemmena”

Alla casa di Via Monti Parioli, nel quartiere più elegante di Roma, mi presento puntuale, anzi arrivo con un quarto d’ora di anticipo e aspetto dieci minuti sul marciapiede prima di presentarmi davanti al portiere. Sono minuti che passo guardando continuamente l’orologio. Alle 16.55 mi decido, entro e chiedo a un portiere in livrea dall’aria austera: “Sono atteso dal Principe De Curtis”. Il portiere mi squadra da capo a piedi, “chi devo dire?” mi dice quasi seccato. “Sono Giancarlo Governi, sono il biografo del Principe”. La parola biografo deve averlo messo in difficoltà perché diventa improvvisamente sollecito, e al telefono interno mi annuncia come “Il cavalier Governo”. Mi viene da ridere perché nessuno prima di ora aveva osato chiamarmi cavaliere. “Il Principe la sta aspettando” mi annuncia con un mezzo inchino.

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Al terzo squillo la porta si apre e inaspettatamente ad aprirla è proprio Totò, avvolto in un doppio petto stinto e liso, con tanto di cappello in testa. Sono confuso e sorpreso nello stesso tempo non so che dire e mi faccio uscire un semplice “è proprio lei, Totò…”. Totò mi indica un divano dove posso sedermi e “De Curtis viene subito” dice e poi aggiunge quasi a rispondere alla mia sorpresa “oggi è giovedì e la servitù è in libera uscita… in questa casa mi tocca fare tutto a me” Poi se ne va borbottando ad alta voce: “Glie lo dico sempre a quello di non ricevere visite il giovedì… ma lui si sa… il Principe… De Curtis…”

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Mi guardo intorno sorpreso: mi trovo nella casa di un notaio, di un luminare della medicina, di un grande avvocato, di un principe. Eh già, questa è la casa di… mi frugo nella tasca della giacca ed estraggo un foglio che comincio a leggere mentalmente come se dovessi impararlo a memoria… questa è la casa di Antonio Griffo Focas Flavio Ducas Commeno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponte di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e Durazzo. Alla faccia del bicarbonato di sodio! commenterebbe quello scostumato di Totò che non rispetta niente e nessuno, tantomeno il suo datore di lavoro.

Non ho finito la lettura mentale dei suoi nomi che il Principe mi appare con la sua figura elegante e quasi cardinalizia: capelli lisci e impomatati, doppiopetto blu taglio perfetto di sartoria, camicia bianca con cravatta annodata in maniera perfetta e polsini con gemelli con lo stemma dei De Curtis. Che differenza con il volgare Totò, giustamente relegato al ruolo subalterno! Il Principe con il suo tratto regale mi chiede di stare comodo mentre anche lui si siede affabile accanto a me. “Cosa gradisce? Un liquore… un caffè? Un caffè no, perché come ha visto oggi la servitù è in libera uscita e dovrei rivolgermi a quello scostumato che poi fa dei caffè che sono delle vere ciofeche…”. Anche per toglierlo dall’imbarazzo rifiuto educatamente.

Il Principe mi guarda di lato, quasi in tralice, la sua maculopatia gli fa vedere soltanto i contorni delle cose, quindi mi dice: “Lei vuole sapere per chi ho scritto Malafemmena? Non mi dica che anche lei crede alla storia della Pampanini?”

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“No, Principe” rispondo un po’ imbarazzato “sono qui per sfatare questa leggenda…”. “Ecco, bravo, sfatiamola, anche per rendere giustizia alla mia Diana…”. “Alla sua signora?” preciso. “Certamente alla mia unica moglie dalla quale non ho mai divorziato anche se da tanti anni viviamo separati, sa le cose della vita… la prima cosa che deve sapere è che a Napoli la malafemmena non è la donna di malaffare ma la donna che ti fa soffrire… ebbene Diana ossessionata dalla mia gelosia morbosa mi fece soffrire tanto: mi lasciò. E io le scrissi questa canzone. La signorina Silvana non c’entra in questa faccenda, lei con me è stata sempre molto gentile, veramente una buona amica. Non ci crede?” Non faccio a tempo a dire qualcosa che il Principe mi mostra una copia della canzone depositata alla Siae. “Eccola qui, me la sono fatta mandare proprio per lei, la copia del deposito che risale al 1951. Musica e parole… guardi, che cosa c’è scritto qui?”

“Permette?” dico. Prendo il foglio in mano e leggo: “A Diana la mia Mizzuzzina”. Ripeto, quasi sillabando,… mizzuzzina. Il Principe mi viene in aiuto “E’ una parola senza significato, un nomignolo affettuoso che si usa fra innamorati, mi capisce, vero?”. Annuisco. Il Principe mi accompagna alla porta e mi dice: “Nella mia vita c’è stata una sola Mizzuzzina, che sia chiaro…”. “Chiarissimo, Principe…” mi congedo con un inchino. Sulla porta che si chiude mi rendo conto di aver lasciato la copia del deposito, la prova di quello che ho scritto, ma non ho il coraggio di suonare e me ne vado per le scale senza chiamare l’ascensore.

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